Vincenzo Ammirà (Monteleone, 2 ottobre 1821 – Monteleone, 3 febbraio 1898) è stato un poeta italiano.
Nato a Monteleone di Calabria, l’attuale Vibo Valentia, da Domenico, farmacista, e da Maria Lo Judice, nel rione Carmine (attuale via Ammirà), Vincenzo Ammirà fu allievo dell’umanista e patriota Raffaele Buccarelli. Nel 1849 sposò Caterina Giannotta, dalla quale ebbe sei figli. Nel 1847-’48 fu tra i promotori del Comitato rivoluzionario monteleonese ed in questo periodo compose delle liriche patriottiche. Fu processato dalla polizia borbonica in seguito al ritrovamento, durante una perquisizione in casa sua, di una copia manoscritta della Ceceide e del Decamerone, e fu accusato di detenzione di scritto e libro contrari al «buon costume». Il 28 aprile 1854 il tribunale gli commutò la condanna a due mesi di esilio correzionale e ad una multa di venti ducati. La persecuzione politica nei suoi confronti si intensificò dopo la condanna, fino a quando nel 1858 fu arrestato e condotto in carcere. Seguì Garibaldi nel suo passaggio a Vibo Valentia, il 27 agosto 1860, e con lui combatté a Soveria Mannelli. In una poesia, dal titolo In morte di Giuseppe Garibaldi, il poeta accennò al suo incontro con l’Eroe dei due Mondi. Non riuscì mai a ottenere una cattedra al liceo della sua città e in ristrettezze economiche, continuò a dare lezioni private. Solo tra il 1866 e il 1868 fu impiegato nel locale ufficio del Dazio. Morì il 3 febbraio 1898.

            Ammirà fu autore di versi sia dialettali che in italiano tra cui una libera traduzione dell’Eneide. Il lavoro a cui deve la notorietà è la citata Ceceide, un poemetto dialettale in cui si mescolano varie componenti, dalla voluttà alla satira, dallo scurrile al fantastico. Altra opera conosciuta è la poesia A Pippa (1886).
Pubblicò anche un volume di Poesie giovanili (Tipografia Troyse, Monteleone 1861), in cui raccolse i versi in lingua e la novella I Romiti. Sue poesie furono pubblicate in giornali e riviste: A la luna (in «L’Avvenire Vibonese», 20 agosto 1882); Addio alla cetra (in «Strenna dell’Avvenire Vibonese», 1885); Donna Fulgenzia (Ivi, 1887); La lacrina (Ivi, 1888); Lamentu di ‘na monaca (Ivi 1889); Lu candidatu Lipari (in «La Sentinella», I, 1889, n. 1); Nu dujellu arricchi (in «La Falce», I, 1891, n. 5)[3].
Nel 1928 il figlio, Domenico Ammirà, raccolse in due volumi una parte delle opere del padre: Tragedie, poesie e Poesie dialettali (Froggio, Vibo Valentia 1928). Il primo volume, oltre alle diverse poesie non suddivise per argomento o per ordine cronologico, contiene due tragedie, Valenzia Candiano e Lida, che Ammirà scrisse tra il 1848 e il 1860. Il secondo volume comprende le poesie dialettali, con esclusione delle poesie oscene. Raccolse anche alcuni scritti critici sul padre nel volume La Calabria e Vincenzo Ammirà (Tip. Passafaro, Vibo Valentia, s.a., ma 1931).