Gioacchino Murat (Labastide-Fortunière, 25 marzo 1767 – Pizzo Calabro, 13 ottobre 1815) è stato un generale francese, re di Napoli (con il nome di Gioacchino Napoleone) e maresciallo dell’Impero con Napoleone Bonaparte.

Gioacchino Murat nacque a Labastide-Fortunière, Cahors, il 25 marzo 1767. Il padre locandiere lo aveva indirizzato verso la vita ecclesiastica, ma a vent’anni lasciò il seminario per abbracciare la carriera militare.
Si arruolò come postiglione in un reggimento di cacciatori a cavallo e già sei anni dopo, nel 1793, divenne ufficiale, iniziando a collaborare con Napoleone Bonaparte che gli conferì, nel 1796, il grado di generale di brigata finchè diventò suo aiutante di campo.

Ed è proprio in tale veste che il 21 luglio 1798 Murat partecipò contribuendovi in maniera decisiva alla vittoria nella battaglia delle Piramidi; l’anno successivo guidò la spedizione in Siria.
Rientrato in Francia Murat si dimostrò fra i più efficaci collaboratori nel colpo di Stato attuato da Napoleone nel novembre 1799 quando, alla guida dei granatieri, estromise da Saint-Cloud i deputati del Consiglio dei Cinquecento guadagnandosi la nomina di Comandante della Guardia Consolare. 

A rinsaldare ulteriormente il legame con l’imperatore ciontribuì il matrimonio di Murat con la sorella Carolina Bonaparte, il 22 gennaio 1800.

Nel 1804 ottenne l’altissimo riconoscimento di Maresciallo di Francia e quattro anni dopo l’imperatore gli offre la corona di Napoli, lasciata libera da Giuseppe Bonaparte chiamato al trono di Spagna. 

Gioacchino Murat si insediò con il nome di Gioacchino Napoleone e, anche in funzione della promessa dell’imperatore di riconoscere piena autonomia al regno, all’atto della sua conquista, avviò una politica di progressivo affrancamento dall’influenza – vista sempre più come ingerenza – della Francia.

In questa missione, che Murat immaginava proiettata verso l’unificazione nazionale italiana, trovò fertile sponda nel prefetto di polizia e consigliere di Stato Antonio Maghella il quale si occupò, tra l’altro, degli allacciamenti con la Carboneria.
Nel 1812 Murat fu in Russia al fianco dell’imperatore ma due anni dopo, in seguito alle sorti avverse di Napoleone, avviò segretamente contatti con l’Austria, inviandovi il principe di Cariati, e con gli inglesi, incontrando personalmente un delegato di lord Bentinck, a Ponza. Da tali manovre scaturì un accordo con le due potenze che gli garantivano la conservazione della corona. Ma il Congresso di Vienna, che apriva l’età della Restaurazione, decise la restituzione ai Borboni del regno di Napoli: allora Murat dichiarò guerra all’Austria riavvicinandosi  a Napoleone;

Napoleone intanto era fuggito dall’esilio dell’Elba, e Murat partì con il suo esercito alla conquista dell’Italia del nord.
Dell’esercito facevano parte, tra l’altro, i generali Caracciolo, Pignatelli, Pepe, D’Ambrosio. Dalle Marche Murat arrivò nelle Romagne ed il 20 marzo del 1815, giunto a Rimini, lanciò un appello, redatto da Pellegrino Rossi, con il quale esortava gli italiani a stringersi intorno a lui e li chiamava alla rivolta per la conquista dell’unità e dell’indipendenza nazionale.
Ma la diffidenza italiana verso i francesi fece cadere inascoltato l’appello e dopo un primo successo sugli austriaci, presso il Panaro, re Gioacchino venne sconfitto a Tolentino, costretto ad arretrare fino a fino a Pescara, dove promulga inutilmente una costituzione nel tentativo di ottenere l’agognato sostegno popolare, e obbligato a sottoscrivere la convenzione di Casalanza, presso Capua, con la quale si riconsegnano ai Borboni i territori del regno.

A questo punto Murat riparò in Corsica, mentre Napoleone si avvia verso la definitiva caduta di Waterloo; da qui giuntegli notizie false di malcontento popolare che provenivano dal suo ex regno nel settembre 1815, riparte alla volta della Campania con sei barche a vela e duecentocinquanta uomini, per riprendere il trono perduto.
L’obiettivo era di sbarcare a Salerno ma a causa di una tempesta che dissipò la piccola flotta e tradito dal capo battaglione Courrand Murat approdò l’8 ottobre a Pizzo Calabro.
Entrato in paese con una trentina di uomini e toccata con mano l’ostilità della popolazione Murat fu catturato dalle truppe regie al comando del capitano Trentacapilli, quando stava per incamminarsi altrove.
Murat fu fatto rinchiudere nelle carceri del castello di Pizzo; intanto Ferdinando IV, da Napoli, nominò una Commissione Militare composta da sette giudici e presieduta dal Governatore delle Calabrie, il Generale Vito Nunziante, al quale il re aveva ordinato di applicare la sentenza di morte in base a quel Codice Penale che lo stesso Gioacchino Murat aveva promulgato: infatti il codice prevedeva la massima pena per chi si fosse reso autore di atti rivoluzionari; per questo motivo, concessagli soltanto una mezz’ora di tempo per ricevere i conforti religiosi, Gioacchino Murat fu condannato a morte.
Gioacchino Murat venne giustiziato con sei colpi di fucile, il 13 ottobre 1815, nella corte del castello di Pizzo, che da allora è detto anche castello di Murat. Aveva 48 anni.

Prima di morire scrisse poche righe di commiato alla moglie ed ai figli.
Dopo essersi sbarazzato del suo rivale più pericoloso, Ferdinando di Borbone insignì Pizzo del titolo di “fedelissima” e concesse al generale Nunziante il feudo e il titolo di Marchese di San Ferdinando di Rosarno.

Gioacchino Murat, durante gli anni del suo regno portò a compimento l’Eversione della feudalità, già avviata da Giuseppe Bonaparte, favorendo la nascita della borghesia terriera e sviluppando relazioni commerciali con la Francia; il regno murattiano ha rappresentato per l’Italia Meridionale una fase di risveglio e di rinascita; si devono a quegli anni il riordinamento amministrativo e giudiziario, con l’introduzione dei codici napoleonici; l’istituzione del “Corpo di Ingegneri di ponti e strade”, che diede un forte impulso ai lavori pubblici; Murat incoraggiò inoltre la cultura e l’istruzione pubblica, introducendo principi di uguaglianza e di uniformità.

Il suo attaccamento viscerale al regno ed al popolo e la sua dedizione totale all’idea di unificazione nazionale lo rendono un personaggio di primo piano nella storia italiana.
Il proclama di Rimini rappresenta il primo documento ufficiale che parla di Italia unita e libera e anzi secondo alcuni storici è proprio con il “proclama” che nasce formalmente il Risorgimento italiano.