Aldo Borelli (Monteleone di Calabria, 2 febbraio 1890 – Roma, 2 agosto 1965) è stato un giornalista italiano, direttore dal 1929 al 1943 del Corriere della Sera

Aldo Borelli nacque nel 1890 a Monteleone di Calabria, l’attuale Vibo Valentia, da Luigi e Rachele Daffinà Russo. Frequentate le scuole dell’obbligo nella città natale, s’iscrisse a giurisprudenza a Roma (1906)  muovendo i primi passi nel quotidiano L’Alfiere, per poi passare nel 1911 da redattore all’Agenzia Stefani, mentre dal 1912 al 1914 sarà al Mattino di Napoli come corrispondente romano, sposando a pieno la linea politica antigiolittiana e antisocialista del suo direttore Edoardo Scarfoglio. Nel 1914 entrò nella redazione del quotidiano fiorentino La Nazione divenendo prima redattore capo e poi, nel 1915 direttore.

Ed è proprio da direttore della Nazione che Borelli giocò un ruolo centrale nella presa del potere da parte del fascismo quando Italo Balbo gli ordinò di pubblicare un’edizione straordinaria del giornale che diffuse la falsa notizia di un incontro tra Mussolini e una delegazione del re Vittorio Emanuele III.

Borelli, fece della Nazione il giornale più letto in Toscana e anche il molte altre regioni del centro Italia facendolo diventare in breve tempo la voce della piccola e media borghesia nazionalista e reducista, fortemente conservatrice e prossima alla fascistizzazione, sostenendo polemiche infinite contro la democrazia e il “pericolo socialista” del biennio 1919 -1920.

Nel 1928 Borelli pubblicò, presso l’editore Bemporad di Firenze, nella collezione Quaderni fascisti, La diana degli spiriti, testo nel quale esprimeva i suoi sentimenti nei confronti di Mussolini; la diana è la stella mattutina e per estensione semantica il segnale dato anticamente alle milizie all’alba; e a parere dell’autore, proprio come la diana, la voce di Mussolini, era capace di risvegliare gli spiriti incitandoli all’azione.

Nel 1929, lasciata la Nazione, Aldo Borelli, che aveva durante la stagione fiorentina intessuto amicizie importanti con le maggiori autorità fasciste cittadine e nazionali, assunse la direzione del quotidiano milanese Corriere della Sera, il giornale più importante d’Italia, grazie alla raccomandazione del segretario del PNF Augusto Turati; qui ebbe modo di  proseguire l’opera di fascistizzazione del giornale iniziata con meno vigore da Maffio Maffii.

Come direttore del Corriere Borelli si costruì l’immagine di “fascista galantuomo”, sostenendo il regime ma mantenendo sempre anche una certa libertà e critica di giudizio e impegnandosi per difendere l’autonomia della testata. Tra i giovani che furono lanciati da Borelli ricordiamo alcune firme che si dimostreranno in seguito tra le più prestigiose della letteratura e del giornalismo del ‘900: Dino Buzzati, Guido Piovene, Luigi Barzini e Indro Montanelli.

Al Corriere Borelli aggiornò la redazione da un punto di vista tecnologico facendo installare moderne rotative, cambiò la grafica al giornale adottando l’impaginazione su nove colonne e introducendo sempre la fotografia, elaborò anche una diversa “architettura” della pagina usando titoli a più colonne e introdusse il titolo con sommario. Inoltre, in maniera controcorrente rispetto al periodo storico aumentò i servizi dall’estero dando soprattutto spazio ai coloriti reportages di viaggio, valorizzando la terza pagina che divenne ben presto una vera e propria istituzione culturale per gli scritti pubblicati.

Nel 1935 Borelli sposò la danzatrice e coreografa russa Jia Ruskaja, prima di partire volontario per la campagna di Etiopia, dove si distinse ricevendo anche una croce di guerra al merito. Nei primi anni della seconda guerra mondiale barcamenarsi tra le direttive del regime e i dispacci confidenziali che gli arrivavano dai propri corrispondenti era diventato difficilissimo e per questa ragione Borelli scelse il silenzio, piuttosto che dar conto delle notizie  nelle quali si faceva aperto riferimento alle atrocità compiute dai nazisti contro le popolazioni civili polacche e gli ebrei.

Pochi giorni dopo la caduta del fascismo, a seguito del voto di sfiducia verso Mussolini espresso dal Gran Consiglio il 25 luglio del 1943, Aldo Borelli fu costretto ad abbandonare la direzione del Corriere per essere sostituito da Ettore Janni e, poco dopo, da Ermanno Amicucci.
Per un certo periodo fu addirittura costretto a nascondersi in un convento di Roma  per paura di ritorsioni.
Dopo la Liberazione del 25 aprile 1945 fu colpito da mandato di cattura per il suo passato di fervente fascista, ma nel 1946 venne amnistiato. La sua riabilitazione come giornalista passò attraverso la direzione amministrativa del quotidiano romano Il Tempo nel 1948, prima di collaborare col settimanale Epoca e in seguito colla Mondadori; dal 1955 al 1958 fu direttore della Cines e assunse, infine, la presidenza del gruppo editoriale Giornale d’Italia – Tribuna.
Morì a settantacinque anni, nel 1965, a Roma.