La storia di una qualsivoglia comunità è in pratica “una grande narrazione” di sé nella quale occupano un posto di grande valenza anche le varie tradizioni locali espresse dal popolo di cui quella stessa comunità è costituita. 

E una parte considerevole di queste tradizioni è a sua volta costituita dai riti religiosi che da sempre attraggono non solo i credenti ma credo appartengano anche alla cultura dei laici – che dal fenomeno religioso sono certamente incuriositi sotto l’aspetto storico, culturale e antropologico – perché fanno parte di quella spiritualità che accomuna un po’ tutti.

Tra le sue tante attrattività Nicotera – città di rito latino, greco e con una antica presenza ebraica, nonché sede vescovile per centinaia di anni – include anche un affascinante patrimonio religioso .

Un particolare significato assumevano gli avvenimenti liturgici che sfociavano nella settimana santa, detta la “Settimana Maggiore”. Il tutto iniziava con la sexagesima, cui seguiva la quinquagesima, il carnevale, le ceneri, la quaresima per poi sfociare nella settimana santa. I parroci poi erano assistiti nei loro compiti sia dalle confraternite che, dai movimenti di ispirazione cattolica come le Acli, o la Fuci.

 

La Città si avviava al percorso pasquale con la sexagesima, che iniziava il suo corso dalla chiesa di San Giuseppe con le cosiddette “quarantore” ossia con la solenne esposizione del Santissimo Sacramento sull’altare maggiore della chiesa, adeguatamente preparato con fiori e ceri e addobbato  con i paramenti più preziosi. Per tre giorni (dalle sette del mattino alle sette di sera), era tutto un insieme di preghiere comunitarie con la chiesa che rimaneva aperta per tutto il giorno e durante la quale il Signore non doveva mai restare solo. Il mattino alle otto e il pomeriggio alle due e mezzo, si andava in chiesa per cantare il Rosario per cantare il santo Rosario “ io Ti adoro ogni momento Gesù mio nel Sacramento, sempre sempre sia lodato Gesù mio sacramentato” e poi vi si ritornava la sera, per la cosiddetta Ora Santa che, si concludeva con la benedizione solenne. Faceva poi seguito la chiesa di Gesù e Maria, quella di Santa Chiara, la Cattedrale, la chiesa del Rosario, la domenica di quinquagesima, e la chiesa della Santa Croce la settimana successiva. Nei giorni in cui era esposto il Santissimo per il rito delle quarantore, era consuetudine che tutta la popolazione facesse a questi la sua doverosa visita almeno per una sola volta e questo era anche un modo per uscire ed incontrare amici e conoscenti, data la poca dimestichezza che allora vigeva, almeno per le donne, di uscire di casa da sole. 

Per queste solenni funzioni, come detto, si usava sistemare solennemente l’altare maggiore adornandolo con gli arredi più preziosi tra cui le fioriere che, in quel tempo si usavano, di seta, di latta o di perline comunemente dette “frasche” ma con l’avvento dei fiori questi oggetti, oggi purtroppo irrimediabilmente perduti, tranne eccezionali recuperi come quelli del Museo Diocesano di Nicotera, non vennero più adoperati. Gli altari con queste fioriere naturali erano veramente dei capolavori. Allora era d’obbligo, anche esporre il Santissimo Sacramento,negli artistici ostensori di argento, sul tronetto ligneo decorato a foglia d’oro, contornato, come minimo, da diciotto ceri che dovevano ardere per tutto il giorno, in effetti erano molto di più. 

Inoltre era anche uso che ai piedi dell’altare si accendessero delle lampade ad olio (bicchieri con acqua ,olio ed un tripode di latta con sughero al cui centro  veniva collocato il “miccio” che provocava la fiamma), per cui l’altare era una esplosione di luci e fiori, di profumo d’incenso misto alla cera bruciata all’olio bruciato ed ai fiori coltivati negli orti locali. 

 

Il mese di marzo, poi, era legato a dei riti particolari, che riguardavano soprattutto i venerdì e in modo particolare quelle che si svolgevano nella chiesa del Rosario dove nel corso della celebrazione eucaristica, un membro della Cattedra Confraternale, dall’alto della cantoria, leggeva le preghiere proprie di questa giornata e tutti, confratelli e fedeli, rispondevano cantando accompagnati dall’organo musicale una strofa del “Gesù mio con dure funi”. Queste solenni funzioni liturgiche che si svolgevano, come al solito, di mattina, erano molto frequentate. Il tutto si svolgeva all’altare del Crocifisso (oggi questo pregevole reperto settecentesco, proveniente dalla chiesa di Santa Caterina d’Alessandria andata distrutto nel 1783, trovasi al termine dello scalone d’onore del Museo Diocesano Provinciale di Nicotera) dotato di un bel Tabernacolo (anch’esso oggi nel locale Museo Diocesano Provinciale di Nicotera) sul quale veniva esposta la Sacra Pisside sul piccolo tronetto, dato che il rito era suddiviso in due momenti. Naturalmente, e, come sempre, la celebrazione era allietata dal suono dell’organo monumentale.

La chiesa, nonostante la giornata feriale era stracolma di uomini e donne tutti presi dalla celebrazione di quei riti solenni e suggestivi oltre che commoventi. Alla fine, poi, tutti, al lavoro anche perché essi venivano celebrati nelle prime ore del mattino per cui il lavoro degli operai non veniva intaccato. Da tenere presene che in quel tempo la celebrazione della Messa avveniva soltanto di mattina, e come detto nelle prime ore. 

 

Con le Ceneri, quindi, aveva inizio la Quaresima e con essa le prediche quaresimali il cui predicatore, per consuetudine, era scelto dal vescovo. Le prediche si tenevano nella sola Cattedrale ed erano obbligati a prendervi parte tutto il clero regolare e secolare presente in Città, vescovo compreso. Il padre quaresimalista, prendeva posto, non sul pulpito di marmo ma su di un pulpito più basso ed in legno al fine di essere a diretto contatto con la folla dei fedeli. Le prediche duravano oltre 40 minuti e si concludevano con la benedizione eucaristica impartita dai membri capitolari.

 

La Domenica delle Palme poi le chiese diventavano delle vere foreste di alberi di ulivo. La cerimonia presieduta dal Vescovo aveva inizio nella chiesa del Rosario. Dopo la benedizione dell’ulivo e della palma si formava la processione solenne per andare in cattedrale. Una volta benedetto, l’ulivo, veniva composto a forma di croce e situato in un posto prestabilito in campagna a protezione della stessa e dei raccolti. Ogni chiesa celebrava la sua funzione in un orario diverso secondo un turno prestabilito a priori e le funzioni dovevano terminare in tempo in modo da non intralciare la celebrazione solenne che avveniva alla chiesa del Rosario per poi concludersi col pontificale in Cattedrale, celebrato dal Vescovo con la partecipazione dell’intero Capitolo che per l’occasione indossava la Cappa Magna. 

Per queste cerimonie dette “pontificali”, molto suggestivo era il rito della vestizione del vescovo che avveniva sul trono vescovile con un cerimoniale dalle forti reminiscenze spagnole. Il vescovo in abito da cerimonia, con la mozzetta in ermellino e la lunga coda che aveva la lunghezza di sette metri, aspettava nel salone del palazzo vescovile l’arrivo del Capitolo cattedrale. Da qui partiva la processione ( la croce, due candelabri, incensiere, navetta) aperta dalla croce astile, dai seminaristi e dal Capitolo che dopo aver attraversato le sale di rappresentanza scendeva lo scalone d’onore, poi piazza duomo, attraverso la porta centrale il corteo si avviava alla volta della cappella del Santissimo Sacramento per la recita delle preghiere consuete previste dal cerimoniale dei vescovi, mentre la Schola Cantorum cantava il Tu es Petrus. 

Dopo la preghiera prestabilita il corteo si recava a prendere posto sugli stalli lignei,mentre, il vescovo si sedeva sul trono e si dava inizio alla sua vestizione che durava molto tempo. Era una fila di chierichetti ognuno dei quali recava un paramento; prima di essere in presenza del vescovo il chierichetto doveva sottostare ad un rigido cerimoniale, predisposto e guidato dal maestro delle cerimonie vescovili. Caratteristica di questa liturgia pontificale era il canto del Passio, ossia, la lettura cantata del Vangelo di San Giovanni, eseguito da tre canonici che dismesse le dalmatiche indossavano delle grandi stole indossate trasversalmente su di una spalla.

Nel pomeriggio della Domenica delle Palme, nella chiesa cattedrale iniziavano poi le quaranta ore che terminavano la sera di Martedì santo. Il rito delle quarantore si svolgeva soltanto nella chiesa cattedrale ed era presieduto esclusivamente da un membro del Capitolo che si alternava secondo la puntatura corale. Giova qui ricordare il bellissimo canto, una specie di litania cristologica che il popolo coralmente cantava ed era propedeutico al canto del Tantum Ergo; questo canto era composto a strofe alternate da ritornello che recitava: “Gesù speranza nostra/ abbi di noi pietà!”