L’inserimento degli Ordini religiosi in Calabria e più specificatamente nella provincia di Vibo Valentia, si correla alle varie dominazioni a cui fu sottoposta la regione nel lungo periodo.  Le fondazioni dei monasteri greci e latini, tra il X e il XII secolo, devono essere rapportate alla massiccia emigrazione di monaci greci dalla Sicilia, dopo l’occupazione araba dell’isola, e alla politica religiosa in favore della Chiesa di Roma portata avanti dai Normanni. 

Un discorso più articolato invece deve essere riservato agli ordini mendicanti che, escluso l’ordine francescano, nei secoli XIII-XIV registrano tempi diversi d’inserimento, dovuti all’«occupazione di campo» dei preesistenti insediamenti greci e latini (Mariotti-Accetta 1997) e all’ostilità di Federico II (Dalena 1999). Tuttavia, non mancano documenti e indizi che segnano se non l’inserimento quanto meno il tentativo. Seguendo i dati cronologici delle relazioni del 1650 dei conventi agostiniani di Paola (1145) e di Fuscaldo (1162) l’introduzione di religiosi che seguivano la regola del Santo Patriarca è addirittura anticipata al XII secolo, ma è evidente che si tratta di rettorie di canonici regolari incorporati all’ordine in epoca successiva al 1256, come riferisce lo storico agostiniano Benigno Van Luijk che indica per Fuscaldo il 1300 e per Paola il 1433. Così resta isolata nella storia dei domenicani di Calabria la concessione, nel 1240, d’una chiesa “iuxta Cusentia” da parte del vescovo della città (Zinzi 1999). Inoltre, per la mancanza di fonti coeve, incerta è la datazione dell’insediamento carmelitano di Corigliano, fondato secondo il Pugliese nel 1295, mentre altri lo pongono al 1470, a spese dei principi di Bisignano, o al 1492-1493. La questione della data rimane aperta, anche se il titolo dell’Annunziata ha indotto studiosi come Emanuele Boaga e Giorgio Leone a guardare con preferenza l’anno 1295. 

Un dato incontrovertibile è che nel Quattrocento le mutate condizioni politiche, il decadimento economico e religioso delle strutture ecclesiastiche (vescovati, parrocchie, canonicati e abbazie greche) sottoposte al regime della commenda, favorirono l’inserimento dei mendicanti. La Calabria comincia d’allora in poi a svolgere un ruolo non secondario nella strategia insediativa dei regolari e ad assumere una posizione autonoma nella struttura organizzativa degli Ordini mendicanti, in particolare rispetto alla provincia di Terra di Lavoro o Napoletana da cui giurisdizionalmente dipendeva. Diventa luogo privilegiato per la nascita di nuovi ordini religiosi (minimi di S. Francesco di Paola, cappuccini) e congregazioni d’osservanza che proponevano il ripristino dell’iniziale fervore religioso contro il diffuso decadimento morale e disciplinare.

I vari insediamenti monastici e regolari, diffusi capillarmente nel territorio regionale e provinciale, contribuirono nel corso dei secoli non solo ad affermare culti e devozioni particolari, a richiamare artisti locali e non, ad essere espressione locale di linguaggi architettonici extra regionali, ma furono anche centri di formazione d’eccellenza nonché simbolo di potere economico e culturale.

Monaci italo-greci e basiliani

Durante la dominazione bizantina s’insediarono in Calabria i monaci greci, che dall’originaria esperienza eremitica passarono alla vita comune nei monasteri.  Ogni singolo monastero era autonomo, governato secondo le regole ricevute dal fondatore. Dopo il 1446, anno in cui fu tenuto a Roma, sotto l’egida del cardinale Bessarione, il capitolo generale, si costituì l’Ordine Basiliano d’Italia che adottò come norme comuni un epitome della regola di San Basilio Magno detto Florilegio Ascetico (Russo F. 1982). L’antichità delle fondazioni, la diffusione degli insediamenti e l’esclusione di alcune sedi dalle visite apostoliche, effettuate tra il XV e il XVIII secolo, non consentono di precisare il numero dei monasteri effettivamente esistiti (Russo F. 1962; Placanica A. 1988).

Per quanto riguarda il territorio dell’attuale provincia di Vibo Valentia s’hanno notizie dei seguenti insediamenti basiliani (Vecchio F. 1992; Givigliano G.P. 2001; D’Andrea M. 2006):

  • Arena – S. Lorenzo
  • Briatico – S. Pancrazio 
  • Capistrano – S. Maria
  • Ciano – S. Pietro Spina
  • Joppolo – S. Sozonte e S. Maria 
  • Mantineo – S. Maria
  • Mesiano –  S. Basilio Magno
  • Moladi / Rombiolo – S. Maria 
  • Monteleone –  S. Maria
  • Motta Filocastro – SS. Cosmo e Damiano 
  • Nicotera – S. Teodoro
  • Panaghia – S. Costantino
  • Pizzo – S. Pancrazio, soppresso nel 1652
  • Pizzoni – S. Maria de Trinsoni
  • San Calogero – S. Opolo, nel XII secolo divenne grangia di S. Maria Monialium di Messina.
  • Sant’Onofrio – S. Onofrio del Cao, soppresso nel 1808
  • Soriano – S. Maria degli Angeli, soppresso nel 1652
  • Tropea – S. Angelo 
  • Vena – S. Maria 

L’introduzione della Commenda, l’usurpazione operata dai feudatari e dal clero latino provocarono il graduale depauperamento patrimoniale e religioso dei singoli insediamenti. Conseguentemente alcuni si estinsero, altri furono soppressi nel 1652, e altri ancora si trascinarono con difficoltà fino al terremoto del 1783 e la successiva abolizione.

Benedettini

All’avvento dei Normanni e alla loro politica di latinizzazione della regione si deve riferire l’inserimento nell’ambito del territorio provinciale dell’ordine dei benedettini, precisamente a Mileto e a Tropea.

Nel caso di Mileto – città scelta da Ruggero I come dimora abituale – bisogna tenere  presente la tipologia delle residenze normanne, caratterizzate dalla coesistenza del Palatium del sovrano con la cattedra episcopale (nel 1081 Mileto fu elevata a sede vescovile per l’accorpamento e la soppressione delle diocesi di Bivona e di Tauriana) e un monastero benedettino, quest’ultimo nella doppia funzione di santuario e di sepolcreto della famiglia regnante (Falkenhausen 1999). 

Tra il 1062 e il 1070, Roberto il Guiscardo e Ruggero I fondarono l’abbazia della SS.ma Trinità (questa dedicatio cominciò a prevalere sugli altri titoli – della Vergine, delll’Arcangelo Michele, dei SS. Pietro e Paolo – nel secondo trentennio del XII secolo), ubicata “extra moenia”, nel luogo dove s’erano svolti i combattimenti tra i fratelli Altavilla (Falkenhausen 1999). Originariamente essa fu una grangia del monastero di Santa Eufemia e dal 1098 ente autonomo sotto la diretta protezione della Santa Sede. 

Il progetto architettonico e la realizzazione edilizia del complesso monastico benedettino di Mileto furono opera di Robert de Grandmesnil, cognato del conte e primo abate dell’abbazia, che adottò uno schema di ispirazione cluniancense (Cluny II): transetto sporgente, triplice coro parallelo e absidi a gradoni che, nel caso di Mileto, s’innestavano su un corpo longitudinale tripartito da colonnati arcati (Occhiato G. 2002).

La chiesa abbaziale fu consacrata nel 1080/81 da tal “Arnolfus archiepiscopus”, che alcuni individuano nell’arcivescovo di Reggio (Russo F. 1982), altri in quello di Cosenza (Occhiato G. 1999). Arricchita dal conte Ruggero e da altri baroni normanni di molti privilegi, donazioni e dipendenze, la SS.ma Trinità divenne in breve tempo la più potente fondazione monastica latina della Calabria meridionale (Occhiato G. 1999). All’interno della chiesa erano la tomba del conte Ruggero – costituita da un sarcofago romano con baldacchino –, oggi conservata al Museo Nazionale di Napoli, e quella della moglie Eremburga, rientrata recentemente a Mileto in concessione temporanea dal Museo Nazionale di Napoli. 

L’abbazia ebbe i suoi abati fino al 1443, e successivamente venne data in commenda. Nel 1581 fu soppressa dal pontefice Gregorio XIII e le rendite assegnate al Collegio Greco di Roma (Russo F. 1982).

Il monastero di Santa Maria dell’Isola di Tropea fu in origine un cenobio basiliano; nel secolo XII divenne una grangia dei benedettini di Montecassino, menzionata in diverse bolle pontificie, promulgate tra il XII e il XIII secolo, che confermavano l’assegnazione beni dell’insediamento tropeano al monastero cassinese (Capialbi V. 1852).

Certosini 

Bruno di Colonia, dopo aver fondato nel 1084 la prima casa dell’ordine a Chartreuse in Francia, sostenuto da Ruggero I d’Altavilla, diede origine nel 1091 ad un insediamento monastico nell’altopiano delle Serre, tra Arena e Stilo in diocesi di Squillace, costituito dal primitivo eremo in località la Torre (dedicato a S. Maria) e da quello poco distante di S. Stefano del Bosco (ove sorge l’odierna Certosa). Quest’ultimo fu inaugurato nel 1099 per far fronte al grande afflusso di nuovi aderenti alla comunità e accogliere così i fratelli conversi (Bianchini 2002a). L’insediamento bruniano nel 1192 passò, con la bolla Ad religionis ordinem di Celestino III, sotto la giurisdizione dei cistercensi e vi rimase per oltre tre secoli.  

Il rinvenimento, tra il 1502 e il 1505, delle reliquie di San Bruno e di Lanuino nella chiesa di S. Maria, contribuì a ravvivare il proposito dei certosini di tornare a Serra. Tuttavia, a favorire concretamente il loro ritorno nell’antico insediamento serrese, contribuirono altre situazioni e circostanze, in particolare la crisi in cui versava la comunità cistercense di Serra, soggetta al regime della commenda, l’impegno del priore generale dell’ordine certosino, e la sinergia tra due autorevoli membri della famiglia d’Aragona, cioè Giacomo d’Aragona, priore dell’importante certosa napoletana, e Luigi d’Aragona, cardinale e abbate commendatario del monastero cistercense di Serra. Queste combinazioni di eventi realizzarono il proposito di ripristino dell’insediamento fondato da Bruno di Colonia in Calabria (Bianchini 2002a). 

Sulla scia di questi avvenimenti la certosa di S. Stefano fu ricostruita con il concorso, oltre che di maestranze locali, di artisti provenienti da varie parti d’Italia e d’Europa, tra i quali vanno ricordati: David Müller (1574-1639), che scolpì nel 1611 le statue marmoree di S. Bruno e della Madonna col bambino conservate nella chiesa matrice di Serra; Bernardino Poccetti (1548-1612) autore nel 1608 della tela raffigurante il Martirio di S. Stefano; Jacopo del Duca, al quale è attribuita la facciata dell’antica chiesa della certosa; Cosimo Fanzago che realizzò, tra il 1631 e 1650, l’altare maggiore della chiesa certosina (Puntieri D. 2003). L’opera, nel 1836, fu trasferita nella chiesa dell’Addolorata di Serra,  mentre alcuni angeli bronzei, trasportati a Monteleone (Vibo Valentia), sono oggi conservati nel museo del Valentianum.

Il terremoto del 1783, il cui moto rotatorio è rappresentato nelle guglie terminali della facciata dell’ antica chiesa, distrusse il complesso monastico. 

Nella relazione inviata da Francesco Pignatelli, vicario generale per la Calabria, a Ferdinando IV, re di Napoli, i danni subiti dalla certosa sono descritti nei termini: “Poco lungi dalla Serra è collocato il famoso Monistero de’ Certosini sotto il nome di S. Stefano del Bosco. Il recinto che costituisce la clausura è intatto, se non che minacciano rovina le sei torri costruite, come ornamento del medesimo. Il corridojo del chiostro de’ procuratori è caduto restando illesi i pilastri su cui si poggiava. Le stanze di abitazione, poi, e la spezieria sono lesionate notabilmente. Il chiostro de’ monaci claustrali è in parte fracassato, ma delle loro stanze alcune si veggono diroccate e le altre inabitabili. L’appartamento priorale è danneggiato nelle coperture e nelle mura laterali. Il refettorio e uno dei due magazzini si scorge in parte rovesciato e l’altro conquassato, ma la volta del lavoratojo del pane, la cucina e il piano che sta sulla cantina sono quasi interamente a terra. Nella chiesa si osserva caduta la cupola, il campanile e parte della volta, del coro, e della sagrestia. In mezzo a tante rovine non morì alcuno de’ monaci che sono cinquanta […]” (Placanica 1982).

Dopo il sisma, con l’avvento della Cassa Sacra, il patrimonio diplomatico, manoscritto e librario della certosa in parte si disperse in mare durante il viaggio verso Napoli (Placanica 1966-67) e in parte finì nelle mani di collezionisti: “le pergamene più preziose spedironsi al R. Archivio nel Castello Capuano a Napoli; altre in maggior numero co’ manoscritti si dispersero; e i libri furono miseramente rubati, o dissipati, parte nell’espulsione del 1784, e parte nella soppressione del 1809” (Capialbi/Crispo 1941).

Dopo un fallito tentativo di ripristino negli anni Quaranta dell’Ottocento i certosini rientrarono a Serra  il 21 giugno 1856 iniziando la ricostruzione materiale dell’antica certosa.

Gesuiti

Fallita la lunga trattativa, dal 1559 al 1566, di aprire un collegio a Mileto (Scalamandrè 1989), i gesuiti, agli inizi del XVII secolo, s’insediarono a Tropea e Monteleone. 

Il collegio di Tropea fu fondato nel 1600, grazie alle disposizioni testamentarie di Marcello e Claudio Tavuli, patrizi tropeani. Esecutore testamentario fu nominato il vescovo della città mons. Tommaso Calvo (1593-1613) che, tramite il rettore del collegio di Catanzaro Orazio Sabbatini, ottenne dal preposito generale che due padri venissero a Tropea. Giunti in città “accolti furono con ogni sorta di onorevole trattamento dal vescovo [… e] dai cittadini: uno di essi, di cui taciuto troviamo il nome, diè loro amorevole albergo, finchè la casa del fondatore fu in concio di abitarsi […]  poi […] vi fu aperta, con molta soddisfazione di tutti, una picciola chiesa dedicata a Santa Domenica patrona della città […]. Indi datasi opera ad esercitare con diligenza i ministeri dell’ordine […].”(Schinosi – Santagata 1706/11)

Per il collegio di Monteleone invece i primi formali contatti tra la città e la Compagnia furono stabiliti nel 1612 (Accetta 1990). Successivamente, nel 1614, il duca Ettore Pignatelli ottenne che due padri “di permanenza restassero alla cultura de’ vassalli, obbligandosi a provvederli di vitto e vestiario” (Schinosi – Santagata 1706/11). 

Le favorevoli condizioni economiche, sociali, climatiche della città, l’entusiasmo dei cittadini, i vantaggi spirituali e materiali che la Compagnia avrebbe avuto dalla fondazione del collegio, sono descritti dal p. Giovanni Andrea Prieglia al preposito generale in una missiva del 14 luglio 1615:“[…] quello che si può dire di Monteleone è che è luogo popolatissimo et secondo il parere comune più di Cosenza et Catanzaro. La gente si come è docile così anco dissoluta, et questo per le diversità delle nationi, che si concentrano per essere la città commoda alle mercanzie; et si vede quanto siano occupati i ministri della nostra Compagnia. E’ di più circondato da Casali, et Terre grosse così possiamo esercitarci nelle missioni, et onde possono venire scolari, et studenti per le scuole. L’affetione che ne mostrano tanto i nobili, toltene alcuni pochi, quanto la gente bassa, per essere in questi principij, mi pare che ne desiderano grandemente un Collegio de’ nostri. Il luogo è di buona aria et abondante. L’entrata che ci possiamo permettere in questi principij consiste in 350 ducati, i quali dicono che li voglia dare il signor Duca, et in settemila di capitale raccolti per tassa fatta a questo fine dal signor Carlo di Langio (di Francia?) preside di questa provincia. Per ultimo, visto che mi dà licenza di dire questo, che quando per non moltiplicare Collegij, si vorrà lasciare di pigliare questo, credo che sia più gloria a Dio levare alcun altro e stabilire questo in Monteleone” (Accetta 1990/96).

Per favorire la fondazione del collegio Vespasiano Jazzolino, appartenente alla piccola nobiltà di Monteleone, dispose nel suo testamento, rogato a Napoli il 26 novembre 1618, che il suo patrimonio (valutato in 33.760 ducati) fosse assegnato all’erigendo collegio, costituendo esecutori testamentari il preposito della Casa Professa e il rettore del collegio napoletano (Accetta 1990/96).

Ambedue i collegi di Tropea e di Monteleone furono progettati da Carlo Quercia nel 1663. Le planimetrie del Quercia non si discostano da quelli che erano i canoni dei collegi gesuiti. Così in entrambi sono segnati gli ambienti per le scuole, per le congregazioni, per l’oratorio degli artigiani, le stanze dei religiosi, disposti attorno ad un cortile centrale. Le differenze tra i due progetti sono per Tropea la pianta a croce greca della chiesa e la loggia verso il mare, e per quello di Monteleone l’individuazione della nuova chiesa a destra dell’edificio comprendente l’area di una antica chiesa preesistente.

Tuttavia, mentre per il collegio di Tropea i lavori furono portati avanti senza alcun impedimento (E. Zinzi 1992), per quello di Monteleone non fu così. Dopo l’approvazione e l’inizio dei lavori, le difficoltà finanziarie, l’ampiezza e il numero degli ambienti previsti nel progetto, determinarono perplessità a Roma (Bosël 1985, p. 513, doc. n. 6); queste unite all’irregolarità altimetrica dell’area, comportarono la revisione e il ribaltamento del progetto originale del Quercia con lo spostamento della chiesa a sinistra del collegio. Probabilmente il Quercia non seguì la direzione dei lavori, anche per la sua età avanzata; infatti, nel Catalogus Triennales del 1681 il Quercia è definito “aetate et infermitate inaptus”. Nell’incarico  venne sostituto dall’architetto Tommaso Vanneschi, che “in quel tempo aveva il compito dell’assistenza alla provincia [napoletana]” (Bosël 1985).

L’attività dei gesuiti, oltre all’istruzione pubblica con l’istituzione delle scuole di grammatica e di teologia morale, s’indirizzava, attraverso la congregazione di nobili e l’oratorio di artigiani, verso l’assistenza ai poveri, ai carcerati, in generale agli strati più marginali della società urbana: “Si è fondata una Congregazione de’ Nobili et un Oratorio d’Artigiani, i quali vengono di più il venerdì la sera al tardi, perché possono essere sbrigati [liberi da impegni], a farsi la disciplina con concorso e fervore. Si fa qualche predica in particolare ogni venerdì nelle piazze; andiamo cercando la limosina per li carcerati e le persone vergognose; si avvogliano da noi per le confessioni in particolare chi stà per morire” (Accetta 1990/96).

Tuttavia, l’impegno educativo e pastorale dei gesuiti non aveva una connotazione esclusivamente cittadina. Attraverso le missioni si rivolgeva alla realtà extra urbana dove si “facea una dotta istruzione ogni giorno insegnando il modo di confessarsi. Poi seguiva la predica in cui si ripresero i vitij e gli abusi”.

Nel Settecento, il clima intellettuale e politico creato dai filosofi che portavano avanti un programma di rafforzamento dello Stato nei confronti della nobiltà e del clero, pose in primo piano il problema di sottrarre alla Chiesa l’istruzione. L’educazione pubblica appariva come una funzione primaria ed esclusiva dello stato. La Compagnia di Gesù, con la sua organizzazione e la sua compenetrazione nel mondo politico e culturale, rappresentava la roccaforte della resistenza ecclesiastica al programma riformatore, per cui tutti gli attacchi furono condotti contro di essa. Nel regno di Napoli l’anticlericalismo riformatore si concretizzò nel 1767, quando il re Carlo di Borbone espulse i gesuiti dal regno napoletano.

Ordini mendicanti

Il primo degli Ordini mendicanti giunto nel vibonese fu quello francescano, che si stabilì, tra il XIII e il XIV secolo, nei principali centri urbani del territorio provinciale: Monteleone, 1268 (Tripodi 2008); Tropea, 1295, Nicotera, 1308 (Bianchini 2002). 

Tra il 1402 e il 1635 la presenza francescana si incrementa di quindici nuovi conventi; in particolare, secondo l’articolazione dell’ordine, si contano sette  insediamenti dei conventuali (Mileto, Arena, Francica, Mesiano, Montesoro, Soreto, Ionadi); cinque degli osservanti (Tropea-San Sergio, Pizzo, Triparni, Tropea-Annunziata, Monteleone) e tre dei riformati (Vallelonga, Francavilla, Monteleone) (Bianchini 2002). In questa fase, lo sviluppo dei francescani nel territorio vibonese (Tab. 1) è contraddistinto da dinamiche interne, che segnano il passaggio di alcuni conventi da un ramo all’altro del medesimo ordine (nel 1459, di Nicotera dai conventuali passa agli osservanti; nel 1585 e nel 1626 i riformati subentrano agli osservanti nei due conventi di Tropea). 

Tab. 1 – Insediamenti francescani secc. XIII-XVII

Anno Conventuali Osservanti Riformati Titolo  Note
1268 Monteleone  S. Francesco
1295 Tropea  S. Pietro ad Ripas
1308 Nicotera  S. Francesco

Nel 1459 

passa  agli

 Osservanti

1402 Mileto  S. M. della Misericordia / S. Nicola
1421 Tropea  San Sergio

Nel 1586 

passa ai 

Riformati  

1436 Arena  S. Nicola
1474 Pizzo  S. Antonio
1480 Triparni  S. Antonio 
1521 Monteleone  S. M. del Gesù
1531 Tropea  Annunziata

Nel 1626 

passa ai

 Riformati 

1539 Francica  S. Nicola 
1560 Soreto  Già dei Minini
1564 Mesiano /Filandari
1565 Montesoro  S. M. della Pietà / S. Nicola
1595 Ionadi  SS. Quaranta martiri /S. M. degli Angeli
1621 Vallelonga
1621 Francavilla S. Francesco
1621  Monteleone  S. M. degli Angeli 
1635 Dinami S. M. della Catena

Nel 1423 gli agostiniani (Tab. 2) inaugurano la serie dei loro conventi nel territorio vibonese con la fondazione del convento di  Monteleone intitolato a Sant’Agostino e “situato e posto sopra le mura vecchie di detta città dalla parte di dentro poco distante dal castello, e predomina tutto il borgo di essa città”. Tra il XVI e il XVII secolo gli insediamenti agostiniani si moltiplicano e, in base all’organizzazione interna dell’ordine, si alternano e si susseguono sei conventi della provincia di Calabria (Belforte, Pizzo, Tropea, Pannaconi, Mesiano e Vazzano), quattro della congregazione degli zumpani (Francavilla, Spadola, Acquaro e Dasà), due della congregazione degli agostiniani scalzi (Monteleone, Tropea) (Accetta 2004).

Tab. 2. – Insediamenti agostiniani secc. XV-XVII

Anno Provincia di Calabria Zumpano Scalzi Titolo 
1423 Monteleone  S. Agostino
1502  Francavilla  S. M. della Croce
1504 Belforte  SS.ma Annunziata
1527 Spadola  S. M. del Carmine
1546 Acquaro S. M. del Soccorso
1553 Dasà S. M. della Pietà
1555 Pizzo S. M. del Soccorso
1561 Tropea S. M. del Soccorso
1570 Pannaconi S. M. del Bosco
1590 Mesiano S. Agostino
1616 Vazzano Santo Spirito
1619 Monteleone  S. M. della Pietà
1619 Tropea  S. M. della Libertà

Alla fine del XV secolo i domenicani (Tab. 3) s’insediano a Tropea (1480) e Briatico (1480/1498). Nel corso del secolo successivo sono attivate dall’ordine altre dodici strutture conventuali, tra cui Soriano. Il XVII secolo, per il divieto di proliferazione dei piccoli conventi, non registra altre fondazioni domenicane, ad eccezione nel 1639 di un ospizio a Pizzo, come sede distaccata di Soriano, “per comodità delli frati non solo della provincia, ma di tutto l’Ordine li quali vanno ad imbarcarsi, per essere porto  ove di continuo vi si fermano le barche e i vascelli” (Accetta 2000).

Tab. 3 – Insediamenti domenicani secc. XV-XVII

Anno  Insediamenti  Titolo 
1480 Tropea S. M. delle Grazie / S. Domenico
1480/1498 Briatico Annunziata
1510 Soriano S. Domenico
1523 Filogaso S. M. di Loreto
1540 Rocca Angitola S. M. del Soccorso
1543 Monteleone S. Domenico di Soriano
1545 Francavilla Annunziata
1547 Pizzoni S. M. del Soccorso
1549 Calimera S. Sebastiano
1550 S. Nicola de Legistis S. M. della Neve
1550 Vallelonga S. M. di Monserrato
1568 Castelmonardo S. M. della Misericordia
1569 Nicotera Annunziata
1578 Maierato S. M. del Rosario
1639 Pizzo (ospizio) S. Domenico di Soriano

Difficile è invece stabilire l’anno in cui l’ordine carmelitano (Tab. 4) venne ad insediarsi nel vibonese e più segnatamente indicare la fondazione del convento del Carmine di Mileto (Boaga 1995; Novi Chiavarria 1985). È certo comunque che l’antica struttura conventuale carmelitana, abbandonata dai frati per  una nuova sede più vicina alla città, venne ceduta nel 1533 ai cappuccini (Mastroianni 1977). Tra il XVI e il XVII secolo furono fondati altri nove conventi: Capo Vaticano, Tropea, Monterosso, Montesanto, Longobardi, Gerocarne, Pizzo, Monteleone, Briatico (Boaga 1995).

Tab. 4 – Insediamenti carmelitani secc. XVI-XVII

Anno  Insediamenti  Titolo 
1533 ante Mileto  S. M. del Carmine
1540 Montesanto S. M. delle Grazie
1564 Capo Vaticano S. Giacomo
1569 Tropea  S. M. del Carmine
1573 Monterosso S. M. della Misericordia
1573 Longobardi S. Leonardo
1574 Gerocarne S. M. del Carmine
1579 Pizzo  S. M. delle Grazie
1604 Monteleone S. M. del Carmine
1618 Briatico  S. Caterina

Lasciando agli storici dell’ordine la conclusione della secolare disputa circa l’origine calabrese o marchigiana dei cappuccini, è certo che nel maggio 1532, con l’efficace protezione dei Carafa, trenta frati riformati calabresi – capeggiati da fr. Ludovico Comi (1466-1537) e fr. Bernardino Molizzi (1476-1535) – celebrarono il capitolo fondante il ramo calabrese del nuovo ordine cappuccino nella chiesa domenicana di Santa Maria di Loreto di Filogaso (V. Criscuolo 1994). Negli anni successivi furono aperti cinque nuovi conventi: Mileto, Motta Filocastro, Monteleone, Rombiolo e Tropea (Tab. 5).

Tab. 5 – Insediamenti  cappuccini secc. XVI

Anno  Insediamenti  Titolo 
1532 Panaìa/Filogaso  S. Francesco
1533 Mileto  S. M. delle Grazie
1533 Motta Filocastro S. M. della Neve
1534 Monteleone  S. M. Annunziata
1588 Pernocari/Rombiolo S. M. degli Angioli
1590 Tropea 

L’inserimento dei Minimi di San Francesco di Paola nel territorio vibonese è databile al 1514 a Soreto. In quell’anno il conte Gianfrancesco Conclubet signore d’Arena assegnò ai minini l’edificio conventuale di Santa Maria De Jesu già destinato agli agostiniani (Tripodi 1994; 2004). Abbandonato nel 1560 fu preso dai conventuali. Successivamente i seguaci del Paolano si stabilirono nei principali centri urbani del territorio: Tropea, Briatico, Pizzo, Nicotera, Monteleone, Pizzinni/Jonadi (Tab. 6). 

Tab. 6 – Insediamenti dei minimi secc. XVI-XVII

Anno  Insediamenti  Titolo  Note 
1514 Soreto  S. M. de Jesu Nel 1560 passa ai conventuali 
1536 Tropea  S. Maria
1560 Briatico  S. Nicola
1576 Pizzo  S. Rocco
1593 Nicotera  S. Francesco
1604  Monteleone  S. Francesco
1649 Pizzinni/Jonadi (ospizio)

 

La capillare diffusione degli ordini mendicanti nell’ambito dell’attuale provincia di Vibo Valentia è testimoniata dalla quantità degli insediamenti fondati tra la seconda metà del XIII secolo e la prima metà del XVII secolo. 

Nel Quattrocento, agli insediamenti  francescani di Monteleone, Tropea e Nicotera fondati tra il XIII e il XIV secolo, si aggiunsero otto conventi, cioè: uno agostiniano (Monteleone, 1423), due domenicani (Tropea, 1480; Briatico 1480/1498) e cinque  francescani (Mileto, 1402; Tropea, 1421; Arena, 1436; Pizzo, 1474; Triparni, 1480). 

Nel secolo XVI la presenza dei mendicanti registra la punta massima d’espansione con ben 58 insediamenti. La serie, inaugurata dagli agostiniani (Francavilla 1502) e chiusa dai francescani conventuali (Jonadi, 1595), si caratterizza per l’alternanza delle fondazioni  appartenenti ai diversi ordini religiosi. La successione degli agostiniani riprende nel 1504 (Belforte) e poi si interrompe fino al 1527 (Spadola) per far spazio ai domenicani (Soriano, 1510; Filogaso, 1523), agli osservanti (Monteleone, 1521), ai minini (Soreto, 1514). Negli anni Trenta del Cinquecento prevalgono gli insediamenti dell’ordine dei cappuccini con la fondazione quasi simultanea di quattro insediamenti (Filogaso, 1532; Mileto e Motta Filocastro 1533; Monteleone 1534); seguono gli insediamenti dei francescani osservanti (Tropea, 1531), dei francescani conventuali (Francica, 1539) e dei minimi (Tropea, 1536). Nel decennio seguente, i domenicani, per effetto della costituzione nel 1530 della Provincia di Calabria, aprono cinque nuovi conventi: Rocca Angitola, 1540; Monteleone, 1543, Francavilla, 1545; Pizzoni, 1547; Calimera, 1549.

 Nel 1546 riprende la serie dei conventi  agostiniani con la fondazione del convento di Acquaro; alla fine del XVI secolo essi contano altri cinque insediamenti: Dasà, 1553; Pizzo, 1555; Tropea, 1561; Pannaconi, 1570; Mesiano, 1590. Tra il 1550 e il 1595, oltre ai conventi agostiniani, furono fondati altri 19 insediamenti, in particolare sei carmelitani (Capo Vaticano, 1565; Tropea, 1569; Monterosso e Longobardi 1573; Gerocarne, 1574; Pizzo, 1579); cinque domenicani (San Nicola De Legistis e Vallelonga, 1550; Castelmonardo, 1568; Nicotera, 1569; Maierato, 1578), tre minini (Briatico, 1560; Pizzo, 1576; Nicotera, 1593); tre conventuali (Mesiano/Filandari, 1564; Montesoro, 1565; Ionadi, 1593); due cappuccini (Pernocari/ Rombiolo, 1588; Tropea, 1590). Infine, nel 1586 è da annotare il passaggio del convento di San Sergio di Tropea dagli osservanti ai riformati (1586).

Il Seicento registra, oltre l’ospizio domenicano di Pizzo (1639), tre insediamenti dei francescani riformati (Vallelonga, Monteleone e Francavilla, fondati nel 1621); due dei carmelitani (Monteleone, 1604; Briatico, 1618); due degli agostiniani scalzi (Tropea e Monteleone, fondati entrambi nel 1619); due dei minini (Monteleone, 1604; Pizzinni/Jonadi 1649); uno dei conventuali (Dinami, 1635), uno degli agostiniani eremitani (Vazzano, 1616). 

La soppressione innocenziana dei piccoli conventi: 1652

A far segnare il passo allo sviluppo degli ordini mendicanti intervennero le prescrizioni introdotte, tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento,  da Clemente VIII e Paolo V che limitavano l’istituzione di nuovi conventi a quelle sole comunità che erano capaci di mantenere 12 religiosi. Fino ad allora la strategia insediativa, sia per motivi pastorali, sia per ridurre le distanze tra conventi, aveva privilegiato la penetrazione e la diffusione degli insediamenti in zone rurali, creando una rete di piccole o piccolissime comunità in cui, a volte, risiedevano due o tre religiosi che non davano alcuna garanzia circa l’osservanza regolare. I superiori dell’Ordine religiosi, pur consapevoli del problema dei piccoli conventi, esitarono ad affrontare la questione, per la necessità di non privare le varie comunità dal sostegno socio-religioso che i regolari assicuravano soprattutto nei piccoli centri dove più forti apparivano le deficienze del clero secolare. Così ad esempio, nel 1633, la decisione del commissario e visitatore generale Ignazio Ciantes d’abrogare i conventi domenicani di Rocca Angitola, San Pietro di Caridà, Calimera e Vallelonga per l’incapacità finanziaria di sostenere il numero prescritto di religiosi venne parzialmente disattesa per la resistenza delle popolazioni; infatti interessò soltanto il convento di Vallelonga, dove nel 1634 subentrano gli agostiniani (Accetta 2004). Dieci anni dopo l’agostiniano Thoma De Herrera nel suo Alphabetum Augustinianum (Madrid, 1644), riferendo della congregazione degli zumpani, denunciava l’incongruenza tra il numero di insediamenti e la  presenza di religiosi, che non assicurava la regolare osservanza religiosa (Accetta 2004). Ma alla contestazione del De Herrera non seguì alcun provvedimento restrittivo. L’esiguo numero di religiosi dimoranti nei conventi è stato comunque la causa principale della loro soppressione decretata nel 1652 da Innocenzo X (Tab. 7).

Tab. 7 – Insediamenti soppressi nel 1652

Francescani  Agostiniani  Domenicani  Carmelitani  Minimi 

Dinami 

Pizzo 

Belforte 

Dasà 

Mesiano

Pannaconi 

Tropea 

Vazzano 

Calimera

Castelmonardo  

Maierato

Pizzoni

Rocca Angitola 

S. Nicola 

de Legistis

Vallelonga

Briatico

Capo Vaticano 

Mileto

Monterosso

Tropea

Pizzinni/Ionadi

In corsivo gli insediamenti successivamente ripristinati

Il provvedimento innocenziano, giudicato eccessivamente severo, provocò la protesta delle comunità locali e l’opposizione dei frati, sanzionata quest’ultima dalla curia pontificia con provvedimenti coercitivi nei confronti dei religiosi ribelli. Tuttavia, se inquadrate all’interno delle attività socio-religiose che gli ordini mendicanti svolgevano nelle aree rurali, anche attraverso piccoli insediamenti, ricoprendo gli spazi lasciati scoperti dalle istituzioni diocesane e parrocchiali, le iniziative contro l’applicazione della bolla Instaurandae regularis disciplinae si configurano come preoccupazione di essere abbandonati nelle mani di un clero secolare incapace di soddisfare le istanze spirituali e assistenziali, poiché privo di un elementare indottrinamento e di dedizione alla cura delle anime. D’altro canto anche i procuratori generali degli ordini religiosi nel confronto con la congregazione sullo stato dei regolari insistevano su questo aspetto del rapporto popolazione/clero regolare. Le autorità e la congregazione pontificia non rimasero insensibili alle esigenze ed istanze delle comunità nel cui territorio sorgevano i piccoli conventi colpiti dal provvedimento di soppressione. Nel 1654, dopo due anni dalla promulgazione della bolla, i domenicani ottennero il ripristino dei conventi di Castelmonardo e di Pizzoni; gli agostiniani quelli di Belforte e di Vazzano.

Strategie insediative e dislocazione territoriale dei conventi 

All’inserimento degli ordini mendicanti concorsero per effetto del fervore religioso le comunità locali, l’aristocrazia feudale, le diverse categorie sociali e i religiosi sostenuti dai fedeli. Conseguentemente tra il XV e il XVI secolo la provenienza sociale dei fondatori fu eterogenea, per l’ampia e diversificata gamma di relazioni intrattenute dai mendicanti; infatti, nobili, borghesi, comunità locali, clero secolare e frati dell’ordine incrementarono la serie dei conventi. L’aristocrazia feudale sostenne gli insediamenti religiosi non solo per la privata devozione, ma anche per garantirsi prestigio e sostegno nei feudi. Funzionale a quest’operazione era il privilegio di palesare il rapporto instauratosi fra l’ordine e la famiglia del feudatario, di esibire la posizione sociale e giuridica che quest’ultima ricopriva all’interno della comunità attraverso “l’armi et epitaffio dentro e fuori la chiesa”, il ius patronato dell’altare maggiore.

In tale prospettiva si deve considerare per i Pignatelli l’erezione in Monteleone dei conventi dei francescani osservanti (1521) e dei cappuccini (1534); per i Carafa la fondazione del convento dei cappuccini di Panaia/Filogaso (1532).

Al pari delle grandi famiglie aristocratiche, il medesimo criterio, che sintetizzava devozione religiosa e ricerca di consenso, venne utilizzato dalla piccola nobiltà locale. È il caso del convento domenicano di Briatico, fabbricato 1498 grazie alla generosità del feudatario Francesco Bisbal, e del convento di Soreto, edificato verso la fine del Quattrocento dai Conclubet, feudatari dello stato di Arena, per gli agostiniani della congregazione degli zumpani e assegnato ai minimi nel 1514. Tuttavia, tra i laici non furono solo i nobili, più o meno titolati, ad accrescere il numero dei conventi, ma anche esponenti della borghesia così il convento degli agostiniani scalzi di Monteleone fondato nel 1619 da tal Scipione Candiota (Accetta 2004). 

Allo sviluppo degli ordini mendicanti contribuirono inoltre elementi del clero secolare, come nel caso del convento degli agostani scalzi di Tropea fondato nel 1619 dal vescovo Fabrizio Caracciolo “per devotione antica al suo habbito”, e singoli religiosi. Infatti, al noto caso del convento di Soriano, fondato nel 1510 da p. Vincenzo da Catanzaro – ebbe “in visione San Domenico per tre notti continue, ammonendolo che venisse in Soriano […] et ivi fabricasse un suo convento” –, si sommano altri insediamenti fondati ad opera di religiosi originari del luogo (Pizzoni) o che a seguito di qualche missione pastorale concretarono l’entusiasmo dei cittadini (Rocca Angitola). 

 Un ruolo fondamentale, ai fini dell’inserimento dei mendicanti nelle aree rurali calabresi, ebbero le Università (fino al 1806 furono così definite le amministrazioni locali, cioè i comuni) che, per far fronte all’inadeguata assistenza spirituale del clero secolare, promossero numerosi conventi, concepiti come centri d’irradiazione di attività pastorali da cui trarre benefici spirituali (predicazione, amministrazione dei sacramenti, suffragi). A tal fine s’assegnavano chiese preesistenti o costruite ad hoc, aiuti economici per il mantenimento dei religiosi e la realizzazione materiale degli insediamenti. Ad esempio l’università di Castelmonardo, il 12 settembre 1545, eresse in “solo lateranense” la chiesa di Santa Maria del Soccorso con l’obbligo di corrispondere ogni anno una libra di cera lavorata al capitolo del Laterano e con la facoltà di fondare presso quella chiesa un convento domenicano. Il convento, sotto il titolo di Santa Maria della Misericordia, venne aperto nel 1568 e alla comunità religiosa l’università di Castelmonardo “assegnò scudi trenta annui per lo spatio di anni venti per la fabrica, vitto e vestiario delli frati dimoranti”.

 Contributi e rendite erano concessi anche negli anni successivi alla fondazione per sostenere e finanziare la costruzione degli edifici conventuali, la residenza dei religiosi, particolari esigenze comunitarie. Ad esempio, il 24 gennaio 1557, l’università di Francavilla Angitola, attribuì al convento di Santa Maria dell’Annunziata, fondato nel 1545, una rendita annua di quindici ducati quale contributo al mantenimento dei frati e alle spese di costruzione della struttura religiosa. Tale deliberazione venne ufficialmente ratificata dalle parti nel 1559 e confermata due secoli dopo, nel 1756. La fonte archivistica utilizzata – un atto notarile del 1671 – purtroppo non specifica i termini dell’accordo; tuttavia, si può ipotizzare che indicassero una serie di prestazioni cultuali, devozionali e caritative che s’integravano con l’azione pastorale e assistenziale dei frati. 

Vincoli e obblighi erano, a volte, pattuiti con gli enti ecclesiastici che avevano dato l’assenso per l’erezione di un insediamento. Il convento di Filogaso fondato, nel 1523, dai pp. Vincenzo Spataro da Grotteria, Lattanzio da Rogliano e Giacomo da Briatico, in un fondo soggetto alla Basilica di San Giovanni in Laterano, aveva ogni anno l’obbligo di pagare un rotolo di cera lavorata e di richiedere la conferma delle “Bolle sotto pena di devolutione della chiesa, convento e tutti i loro beni ad essa basilica e suo capitolo”. La condizione più pesante imposta dal capitolo lateranense era quella che fissava la risoluzione dell’accordo: “dopo la morte di loro tre padri fondatori restasse ogni cosa incorporata a detto capitolo, e non alla religione [domenicana]”. Successivamente queste clausole furono superate o emendate (Accetta 2000).

Circa la dislocazione territoriale dei conventi è da rilevare che la maggior parte di essi sorgeva a breve distanza dai centri urbani, lungo le principali vie di comunicazioni allora esistenti. Questo tipo di distribuzione territoriale rispondeva sia all’esigenza di un rapido collegamento tra i diversi conventi, sia alla necessità d’indirizzare l’azione di apostolato ai centri vicini a quello prescelto quale sede conventuale. D’altro canto i frati non mancano di sottolineare i vantaggi dell’ubicazione extra urbana soprattutto per quest’ultimo aspetto. Ad esempio il sito del convento di Santa Maria del Soccorso di Acquaro viene descritto: “luogo comodo per sentirsi li Divini Officij e Sacrificij dalli popoli […] per il passaggio continuo delli cittadini dello Stato d’Arena et altri con grandissimo concorso de’ populi dell’uno e dell’altro così in giorno festivi come di lavoro. Tuttavia, la localizzazione extra moenia non sempre è stata accolta con favore, perché le popolazioni rurali usufruivano dei servizi spirituali e materiali offerti dai religiosi in maniera insufficiente, e per la difficoltà dei singoli insediamenti di attivare le opere di apostolato e della consapevolezza di una minore capacità di intercettare le rendite e i benefici economici  dei devoti. 

La distribuzione dei conventi nel suburbio degli abitati, suscita comunque preoccupazione, per il timore che l’immunità ecclesiastica fosse sfruttata da banditi e malviventi per compiere altri delitti e vendette, e per l’ansia che il diritto d’asilo potesse essere inteso dalle autorità giudiziarie come connivenza. Al fine di evitare equivoci, nel capitolo provinciale dei domenicani del 1609 si dispose che l’immunità fosse riconosciuta e accordata esclusivamente nei casi prestabiliti, per un tempo limitato entro il quale si dovesse trovare un accordo fra le parti e l’autorità giudiziaria.  

Architettura e patrimonio artistico

L’architettura conventuale e la distribuzione degli ambienti si articolavano tenendo presente e facendo coesistere il normale svolgimento della vita claustrale con l’impegno sociale ed assistenziale. Per cui i complessi conventuali comprendevano la chiesa, “cum campanilis et campanis”, aperta e frequentata dai fedeli, e tutti gli altri locali necessari alla vita liturgica e comunitaria del convento, cioè “cappellis, choro, claustro, refectorio, dormitorio, hortis, hortalitiis, infermeria, cellis”.

Dall’esame delle descrizioni riportate nelle relazioni del 1650 si evince che gli edifici conventuali, sia maggiori che medi, seguivano più o meno lo stesso schema: un edificio costruito su base quadrata, con la chiesa esterna, e all’interno un chiostro colonnato ed arcato con cisterna al centro. I vari ambienti erano distribuiti su due piani: al piano terra erano situate le cosiddette “officine” che, circoscritte dai chiostri, comprendevano la cucina, il refettorio, la dispensa, l’infermeria. Al piano superiore erano i dormitori con le rispettive celle per i frati, il guardaroba, la biblioteca. Inoltre, particolari accorgimenti, per garantire l’incolumità dei religiosi, si segnalano nella struttura dei conventi ubicati in prossimità del litorale frequentemente sottoposto alle incursioni turchesche. 

Tuttavia, l’attenzione dei frati si rivolgeva innanzitutto alle chiese, spesso completate prima degli altri locali conventuali e abbellite con statue, quadri ed altre opere d’arte.  In particolare nel convento di Francavilla Angitola era la statua marmorea di Santa Maria della Croce, commissionata dal priore p. Giovan Matteo Mileto allo scultore Giovan Battista Mazzolo, attivo in Messina negli anni 1515-1550. 

Il contratto, stipulato dal notaio messinese Francesco Calvo il 29 giugno 1542, indica i modelli cui l’artista doveva ispirarsi; le proporzioni; le decorazioni del basamento. La statua della Vergine doveva essere della stessa altezza (m. 1,58) di quella esistente nel convento di S. Maria del Gesù in Messina, rappresentata con un bimbo in braccio, nella stessa posizione in cui era la statua della Madonna conservata nella chiesa di Sant’Agostino di quella città, eccettuato “chi lu pedi seu gamba dexstera sia dritta et la mano voltata cum uno mundo in mano”. Lo scannello doveva essere istoriato con un basso rilievo della Pietà al centro, di San Giovanni Battista a destra, di Sant’Agostino a sinistra. La consegna dell’opera doveva essere effettuata al p. Matteo Mileto nella prima settimana della quaresima del 1543. Attualmente la statua si conserva nella chiesa del Carmine in Filadelfia. 

Altre opere segnalate nel complesso conventuale di Francavilla, oggi disperse, sono le statue lignee di San Nicola Tolentino e del Crocifisso; i quadri raffiguranti il beato Francesco da Zumpano, la Natività, la Fuga in Egitto, San Nicola Tolentino, la SS.ma Trinità, la Vergine Addolorata, San Tommaso di Villanova, la Madonna degli Afflitti, Sant’Agostino, la Madonna del Buon Consiglio. 

Nella relazione del 1650 del convento di Acquaro si legge che l’altare maggiore era decorato con “bellissimi quadri dorati con bellissime custodie tutte poste dentro la lamia”. 

Al convento agostiniano di Santa Maria del Soccorso in Pizzo appartenevano alcune statue marmoree, oggi conservate nella collegiata di San Giorgio della medesima città, in particolare le statue di Santa Caterina d’Alessandria, opera di M. Carlo Canale, di San Giovanni Battista, attribuita a Pietro Bernini e recentemente a Salvatore o Annibale Caccavello. 

La collegiata napitina custodisce inoltre uno dei più antichi trittici marmorei della provincia, smembrato dopo il terremoto del 1783. Si tratta dei brani scultorei che completavano il dossale commissionato a Bartolomeo Berrettaro tra il 1522 ed il 1525 per la chiesa conventuale dei minori osservanti di Pizzo, di cui purtroppo sopravvivono soltanto le statue della Madonna con Bambino, di San Francesco e di Sant’Antonio e il rilievo con la Pietà sovrastato dalla lunetta con la figura dell’Eterno (Panarello, 2006).

Un inventario stilato nel 1809 del convento agostiniano di Vazzano registra due quadri di Sant’Agostino di cui uno “vecchio e lacero”, uno di San Nicola, “un altro picciolo quadro dell’Annunciata”, e infine un’altro “del Buon Consiglio che si trova dentro la chiesa madre”.

Nel convento degli osservanti di Nicotera era la statua della Madonna con Bambino, scolpita tra il 1498 ed il 1499 da Antonello Gagini, posta attualmente in una cappella della cattedrale. 

Il medesimo artista realizzò nel 1530 un trittico marmoreo commissionato nel 1524 dal duca Ettore I Pignatelli per la chiesa degli osservanti di Monteleone. L’opera originariamente, priva del dossale in marmo verde e nero con colonne in marmo alabastrino realizzato nel 1598, era collocata nel coro della chiesa in prossimità dell’arco trionfale.  Nel 1810, il dossale e le statue furono trasferiti nella chiesa di San Leoluca (Panarello 2006)

Nella chiesa dei domenicani di Castelmonardo, secondo quanto inventariato dai funzionari della Cassa Sacra alla fine del Settecento, si conservavano le statue della Madonna della Misericordia e di San Vincenzo Ferrer, e un quadro del Rosario.

Provenienti dal convento domenicano di Pizzoni si conservano nelle chiese locali di S. Maria delle Grazie e di S. Francesco rispettivamente una statua in legno della Vergine e una croce processionale (Frangipane 1933)

Per la lacunosità delle fonti non è possibile avere un quadro architettonico e artistico completo; ad esempio, le relazioni del 1650, per la loro natura d’indagine economica e demografica, forniscono delle chiese e delle altre strutture conventuali una visione d’insieme e non offrono particolari interessanti.  Una fonte per conoscere parzialmente il patrimonio storico e artistico, conservato nei conventi domenicani, oggi quasi totalmente disperso, sono le relazioni del fondo Liber dell’archivio generalizio dei domenicani a Roma. Tale documentazione, concernente tutte le case dell’Ordine, fu inviata agli inizi del XVIII secolo, su espressa richiesta del maestro generale Antonino Cloche (1686-1720), per raccogliere il materiale archivistico utile alla redazione del Bullarium Ordinis Praedicatorum la cui pubblicazione iniziò nella prima metà del Settecento

Degne di nota, per l’accuratezza delle ricerche e la scientificità dell’esposizione, sono le relazioni elaborate dal p. lettore Vincenzo Bisogni (1671-1743) per i conventi di Monteleone e di Briatico.  

Sul convento di Monteleone due sono le monografie inviate dallo storico vibonese; la prima, intitolata: Fondazione del convento de’ predicatori della città di Monteleone cavata dal p. lettore fr. Vincenzo Bisogni dell’istesso Ordine e città, redatta presumibilmente nel 1712, dispone di un ampio corredo di diplomi e bolle pontificie e di una articolata analisi storico-artistica della chiesa, costruita nel XVII secolo a tre navate con undici altari e oggi non più esistente. Secondo il giudizio del Bisogni essa era la “più bella della città” e custodiva molte opere d’arte. In particolare, a sinistra dell’altare maggiore era la cappella del Santo Nome, con il quadro della Circoncisione,  “pittato sopra tavola nel 1594, la più degna opera del famosissimo Teodoro di Fiandra”, cioè Dirk Hendricksz (1544-1618). Attualmente l’opera è conservata nella chiesa di Santa Maria la Nuova, ed è stata assegnata (Leone G. 1998) al pittore Pedro Torres (documentato dal 1594 a 1603). Seguivano altre quattro cappelle, in particolare quella del SS. mo Crocifisso; di S. Rosa, dipinta con “la Vergine Santissima, suo Bambino in segno, ed altre due sante Vergini, e diversi Angioli”; di S. Tomaso d’Aquino, raffigurato in una tavola con la Madonna della Sanità e S. Vincenzo Ferrari; e  “nell’ultima cappella vi sta la porta picciola della chiesa, onde non vi è altare”. A destra dell’altare maggiore, invece, era situata la cappella del Rosario, con una tavola di «pittura fina» raffigurante la Madonna, fatta eseguire intorno al 1590 da tal Pier Antonio Pettinato; in successione poi altre quattro cappelle, cioè quella  di S. Antonio Abbate, con una statua del santo; di Santa Caterina da Siena,  con un quadro di «pittura sopra tavola di Marco di Siena, una delle più degne sue opere», attualmente conservato nel museo del Valentianum e attribuito [Leone De Castris 1991] a Wenzel Cobergher (1557?-1634); di S. Pietro, raffigurato con Madonna delle Grazie, e S. Silvestro papa; e infine la cappella della Madonna del Carmine, rappresentata con i santi Cosmo e Damiano, S. Luca Evangelista, e S. Leonardo (Accetta 1989).

Ai quadri elencati nella relazione del Bisogni sono da aggiungere quelli inventariati dai funzionari della Cassa Sacra alla fine del Settecento, che raffiguravano rispettivamente: San Domenico moribondo, San Vincenzo, la Ss.ma Trinità (Accetta 2000).                                  

La seconda relazione relativa all’insediamento monteleonese, intitolata: Fondazione del convento di S. Domenico della città di Monteleone di Calabria, fu redatta nel 1714.  Essa offre utili notizie sul “primo domicilio” dei frati in Monteleone e su come il loro apostolato contribuì ad aumentare la devozione della città, sfociata, nel 1543, nella decisione popolare di costruire il convento (Accetta, 1989).

Lo studio del Bisogni sul convento di Briatico – Fondatione del convento de’ Predicatori della città di Briatico, fatiche del padre lettore fr. Vincenzo Bisogni dell’istesso Ordine – è notevole non solo per i documenti (bolle pontificie, privilegi) in esso trascritti, ma soprattutto  per la descrizione precisa e puntuale dell’insediamento conventuale. Le “fatighe” del Bisogni sono l’unica testimonianza di come si presentava il complesso religioso prima del sisma del 1783; infatti, distrutta la città dal terremoto e trasferita in un altro sito, i funzionari della Cassa Sacra evitano di tracciare una pur minima e sommaria descrizione del complesso religioso: “Convento e chiesa diruta, de’ quali non si fa descrizione alcuna, perché l’antica situazione si trova abbandonata, avendo quella popolazione cambiato suolo”.

  Il Bisogni, dopo aver descritto nei suoi elementi essenziali il complesso religioso: “Il convento è all’uso antico, con chiostro picciolo sostenuto da colonnati di pietra, di sopra arcato con passaggio che si può girare attorno. Due braccia di dormitorio sono abitati dalli padri e conversi e contengono dodeci camere; il terzo dalli novizi con cinque camere; nel quarto braccio non vi sono camere, ma solamente un passaggio sopra un’ala del chiostro e la chiesa con un bello e picciolo campanile e due campane”, illustra dettagliatamente la chiesa conventuale, di grandezza a proportione del paese, con un solo arco maggiore”; l’altare maggiore con le statue della Madonna e l’angelo Gabriele “fatti artificiosamente di creta cotta con pittura ed oro”; il sepolcro del barone Francesco Bisbal, raffigurato su una lastra di marmo “disteso con arme bianche, e spada, e le insegne del suo casato, cioè un castello”; le pale degli altari laterali, cioè di Santa Domenica: “La santa tiene ad una mano il sole, alla sinistra un libro e la palma ed una catena con diversi animali feroci incatenati a’ suoi piedi, dalli quali fu liberata nel martirio”; di San Giacinto; della Vergine con San Giuseppe e San Tommaso “pittati sopra tavola”; della Madonna con San Nicolò di Bari e Sant’Antonio Abbate, datato 1591; della “Madonna, San Nicolò e San Sebastiano”; e infine il quadro “con le imagini della Madonna, San Francesco di Paula, San Nicolò e San Vincenzo Ferrario, fatte sopra tavola di pittura fina”. 

Curate in ogni minimo dettaglio, le chiese conventuali per l’intensa promozione di culti e devozioni costituivano la prima fonte di sostentamento della comunità religiosa, attraverso le cosiddette “rendite spirituali”, ovvero i proventi ricavati dalle messe, elemosine ecc.

Lo stato d’avanzamento dei lavori, da quanto risulta dalle relazioni del 1650, procedeva molto a rilento, sia per le difficoltà economiche sia per i danni provocati dal terremoto del 1638 (Novi Chiavarria 1985). 

Il volume e la qualità degli interventi di manutenzione dei locali, di ricostruzione degli edifici chiesastici e conventuali dopo il terremoto del 1638 sono indicati in un documento, sottoscritto dal provinciale Giacinto Donato da Laino (1637-1641), intitolato Beneficij e riparationi fatti nei conventi e luoghi dell’una e dell’altra Provincia di Calabria (Accetta 2004). Ad esempio nel convento di Castelmonardo s’impegnò la somma di 250 ducati per “lo sterro del distrutto convento e per riedificare la chiesa, per li tijlli e ciramidi per coprirla e quattro camere nel nuovo dormitorio e per riedificare e coprire tutti li due dormitori”; in quello di Maierato furono necessari complessivamente 200 ducati “per lo sterro della chiesa e convento smessi” e per realizzare le riparazioni. A Filogaso furono utilizzati 400 ducati per la riedificazione della chiesa “cascata ad funditus”, per fabbricare “la nova scala della sagrestia e per li marmi e coverta della chiesa” e infine per “tonicare” i dormitori. L’impegno finanziario più cospicuo e rilevante, 15000 ducati, è registrato per la chiesa del convento di Soriano.

Il rendiconto del santuario di Soriano comprende, inoltre, altre voci relative sia a lavori di decorazione che all’acquisto di sacri arredi e statue, libri per la ricca biblioteca conventuale: “per compra di libri nella libreria e per fare la sagrestia di noce lavorata mastria e tavole e pietre lavorate ducati 200.3.0; per la statua di San Tommaso et altri ornamenti nell’altare maggiore ducati 108; per la fabrica dentro il convento ducati 40; per le credenze di noce nella sagrestia e per paramenti d’argento ducati 600; […] per il fonte dell’acqua e per lo cristallo grande venuto da Venetia, quattro palmi e me[z]zo alto, e tre di larghezza ducati 112. […]”.

Completate prima degli altri locali conventuali, decorate con altari, statue, quadri ed altre opere d’arte, le chiese consentivano lo svolgimento dell’opera di apostolato e l’attivazione dei culti legati all’Ordine; inoltre, rappresentavano una fonte di sostentamento per le comunità religiose, attraverso i proventi ricavati da messe ed elemosine. Da qui la necessità di curare ogni minimo particolare, il bisogno di ampliare gli edifici chiesastici o di edificarne nuovi, adeguati ai bisogni e alle esigenze cultuali e devozionali. Il caso più noto è quello del convento di Soriano, dove a distanza di qualche decennio dalla fondazione, per il culto dell’immagine di San Domenico, si avvertì la necessità di avere una chiesa ampia e capace. Nel 1560 furono eseguiti alcuni lavori di adattamento dell’antica chiesa che, per l’afflusso dei fedeli, risultarono insufficienti; e nel 1629, il visitatore generale p. Ignazio Ciantes ordinò “che si desse principio ad una nuova chiesa e si facesse per la santa immagine una cappella di porfidi, marmi e bronzi dorati”. Distrutto il convento e la chiesa dal terremoto del 1659 (Accetta, 1999), il viceré Gaspar de Bracamonte y Guzman, conte di Pegnoranda, inviò il regio ingegnere fra Bonaventura Presti certosino. Il progetto del Presti, adattato alle condizioni orografiche del sito, subì delle modifiche, ma servì da modello da cui “s’è dato principio a fabricare” (Provenzano 1998).

Biblioteche

Al di là degli oneri assunti per la fondazione dei singoli conventi vi era la consapevolezza di agire in un ambiente dove l’ignoranza del clero secolare e la superstizione del popolo costituivano i tratti peculiari. L’azione pastorale dei mendicanti, attraverso la predicazione e l’istituzione di confraternite, rappresentò un idoneo strumento per preservare la fede religiosa, arginare il fanatismo e la credulità popolare. 

La formazione culturale e teologica dei religiosi svolse un ruolo non secondario nella strategia adottata dai vari ordini per affrontare le varie problematiche pastorali, per contrastare gli aspetti deteriori della religiosità popolare e il diffondersi dell’eresia. In tale prospettiva deve essere valutata l’istituzione di centri di formazione: Briatico, Monteleone, Soriano per i domenicani; Francavilla e Monteleone per gli agostiniani; Monteleone per i conventuali (Russo 1982).

 I superiori degli Ordini religiosi non trascuravano di associare alla formazione teologica e culturale il continuo aggiornamento attraverso la costituzione delle biblioteche conventuali. Vale per tutti quanto si legge nel capitolo provinciale 1609 dei domenicani: “Li priori di quei conventi che non hanno libreria, massime dove stanno studenti e giovani, quanto prima la faccino o almeno deputino una camera nella quale riponghino li comuni libri del convento e dei frati che muoiono, nella quale li frati (con chiave da custodirsi dal librista deputato) possino entrar a studiare, siccome fu ordinato nel capitolo di Barcellona, dalla qual camera non si possa cavar libro alcuno, senza necessità urgentissima e con il consiglio dei padri (Accetta 2000).

Vito Capialbi (1790-1852) nel fornire l’elenco delle più importanti biblioteche religiose della regione, oltre a quelle del santuario di Soriano e della certosa di Serra San Bruno, indicava in Monteleone le biblioteche dei domenicani (“ampia e ben ordinata”), dei francescani osservanti (“vasta sì, ma non scelta”) e dei francescani riformati (“numerosa di volumi, ricca di edizioni pregiate e copiosa specialmente di SS. PP. greci e latini”); in Francavilla Angitola la biblioteca degli agostiniani e a Filogaso quella dei cappuccini (Capialbi/Crispo 1941).

Dopo il terremoto del 1783 e l’istituzione della Cassa Sacra, i libri dei conventi furono radunati in 352 casse e depositate presso i locali dell’ex convento dei domenicani di Monteleone col proposito, non realizzato, di formare un biblioteca pubblica in quella cittadina (Accetta 2008). Fu così che molte opere si dispersero o finirono nelle mani di bibliofili. È il caso di Vito Capialbi che nella sua domestica libreria ebbe la possibilità di mettere insieme – per dono, acquisto o altrimenti – diversi manoscritti, incunaboli e opere a stampa provenienti dai conventi di Monteleone e dalla certosa di Serra San Bruno (Capialbi/Crispo 1941).

Durante il Decennio francese la politica in difesa del patrimonio librario – subordinata ad altre priorità (lotta contro il brigantaggio e battaglia di Mileto e Maida) – è incerta; infatti, al divieto (1806) rivolto ai religiosi, complici di collezionisti e antiquari, di “alienare o in qualunque modo distrarre i libri delle biblioteche de’ rispettivi conventi o monasteri”, si contrappose l’intimazione ad alloggiare le truppe in strutture religiose. È evidente che tale disposizione non salvaguardava l’intergità delle biblioteche, come dimostra il caso della biblioteca del convento di Soriano, soppresso il 30 giugno 1807. Il relativo decreto, giustificato dall’accusa di connivenza dei frati con i briganti, stabiliva di mantenere aperte la chiesa e la biblioteca per “comodo de’ cittadini di Soriano” e di destinare una porzione del  convento per acquartieramento dei soldati francesi. Alcuni anni dopo i cittadini di Soriano denunciavano che il patrimonio librario della biblioteca: “al presente non uguaglia la decima parte di quello che era nel 1807”, e lamentavano che la presenza dei militari non era stata “punto di sprone, onde un sorianese avesse avuto piacere di studiare un solo minuto secondo” (Esposito 1997). Il provvedimento, tuttavia, che più direttamente favorì il disfacimento e la completa distruzione del secolare patrimonio librario custodito nei conventi fu la soppressione degli ordini religiosi del 1809. 

Solidarietà  sociale e confraternite 

Per l’attività promozionale dei frati, intorno ai conventi si diffusero culti particolari,  pratiche devozionali e assistenziali che assunsero rilevanza sociale per il disinteresse dello Stato.

La disposizione, contenuta nel capitolo provinciale dei domenicani del 1536, per cui ogni convento fosse dotato di un “hospitio, infermeria”, per la degenza e la cura degli ammalati interni ed esterni alla famiglia conventuale, e la documentata esistenza di “spezierie” – nota è quella del convento di Soriano [Galloro A. 2001; Cuteri F. A. 2008] – testimoniano il ruolo di “assistenza totale” ricoperto dai centri claustrali in favore della società calabrese. 

In quest’ottica di “assistenza totale” non va trascurato lo sviluppo di specifici culti legati ai vari ordini (del Rosario, Nome di Gesù, Santa Maria della Consolazione, Santa Monica, del Carmine, San Francesco di Paola) anche nelle chiese gestite da antichi sodalizi laicali che, nel calcolato rischio dell’estinzione, avevano favorito l’inserimento dei regolari e lo svolgimento della loro intensa opera d’evangelizzazione, sostegno spirituale e materiale delle popolazioni rurali. Ad esempio la confraternita di Sant’Antonio di Vienne, istituita il 10 agosto 1509, dopo aver concesso la propria chiesa ai domenicani per insediarsi in Monteleone, venne assorbita dalle associazioni attivate dai frati: la Confraternita del Santissimo Nome di Gesù e la Confraternita del Santissimo Rosario. Inoltre, si deve sottolineare che le concessioni comprendevano oltre i sacri edifici, anche le rendite e i patrimoni dei sodalizi laicali, ed erano regolate da reciproci obblighi, relativi sia all’esercizio dell’attività pastorale e assistenziale che al mantenimento di diritti dei confratelli e delle congregazioni laicali. 

Nel 1584 il priore generale degli agostiniani nel corso della visita in Calabria autorizzò la fondazione di confraternite sotto il titolo di Santa Monica (Acquaro, Dasà). Altre confraternite chiesero e ottennero il privilegio di essere aggregate all’arciconfraternita dei Cinturati di Bologna al fine di “godere l’indulgenze, gratie, et prerogative che detta arciconfraternita gode”. Infine, è importante ricordare che gli agostiniani favorirono lo sviluppo di culti locali come quello di San Foca Martire in Francavilla Angitola.

Rapporti tra gli ordini religiosi 

Non sempre sono stati di reciproca collaborazione, al contrario furono dibattuti. Alla base di questo atteggiamento ostile contro i nuovi insediamenti, soprattutto dove la presenza dei mendicanti era più forte, erano motivi pastorali e economici. Infatti, la fondazione di un nuovo convento aveva come conseguenza immediata la riduzione dell’azione pastorale, il decurtamento delle entrate e l’instabilità economica dei conventi già esistenti.

I contrasti per l’apertura di nuove sedi non sempre venivano portati avanti in modo leale e corretto, potevano trascendere in atti di vero e proprio sabotaggio. A Vallelonga, nel 1634, i domenicani, che avevano abbandonato la sede poi assegnata agli agostiniani dalle autorità locali, penetrarono nottetempo nei locali conventuali e portarono via tutti i mobili. Il tribunale diocesano di Mileto, investito della questione, con decreto del 29 luglio 1641, stabiliva che gli agostiniani potessero mantenere la chiesa di Santa Maria di Monserrato e il convento, ordinava ai domenicani di astenersi da qualsiasi azione di rivalsa “sub poenis et censuris ecclesiasticis a sacris canonibus inflictis”, infine, concedeva agli agostiniani la facoltà di ricorrere al “brachium saeculare” in caso di nuovi contrasti e molestie.

Al pari degli altri ordini mendicanti gli agostiniani erano preoccupati di subire una diminuzione delle entrate e di vivere nell’incertezza economica per l’apertura dell’ospizio domenicano di Pizzo: “Non solo perderiemo li elemosine, ma anco la frequenza della chiesa, di maniera perderiemo li elemosine, la divotione, perché oggedì il mondo si compiace di novità; come già per esperienza che prima questo convento faceva quattro, cinque e più ducati il mese adesso non passa dui ducati, perché il Rosario lo recitano nella parrocchiale sicché di questa maniera tanto è fondare Ospitio quanto Convento, che mentre vanno a fondare Ospitio non devono [i domenicani] fare stare sacerdoti, è quello che ci leva il pane”. Così il priore del convento di Pizzo p. Dionisio da Catanzaro in una lettera del 28 agosto 1642 indirizzata al priore generale Ippolito Monti (Accetta 2004).

Il terremoto del 1783

All’indomani del terremoto, la distruzione materiale dei centri abitati, gli sconvolgimenti del territorio, le condizioni psicologiche e fisiche delle popolazione calabre furono per il governo borbonico l’occasione per assumere provvedimenti radicali e per alcuni versi innovativi, in linea con la politica antiecclesiastica, avviata ormai da qualche decennio, e le idee illuministe portate avanti dagli intellettuali napoletani. Tra le disposizioni invocate e adottate, infatti, fu la decisione di abolire le case religiose, incamerando le rendite per “convertirle in sollievo di tanti miserabili venuti allo stato dell’ultima desolazione”, e di sospendere la riedificazione “de’ ricchi e superbi conventi, ed altre pie fondazioni, che i terremoti han rovinato”. La descrizione delle “fabriche” conventuali, inserita nei volumi delle Liste di Carico, conservate presso l’archivio di stato di Catanzaro, evidenzia come ai danni provacati dal sisma si aggiunsero quelli scaturiti dall’incuria e  dalla sistematica spoliazione.  

Il convento e la chiesa di Santa Maria del Soccorso d’Acquaro “restarono l’uno e l’altra intieramente diroccati, cosicchè oggi non si osservano che mucchi di pietre”. Meno gravi, nonostante i segni dell’abbandono, risultano le condizioni statico-funzionali dei due insediamenti agostiniani di Monteleone: San Agostino degli Eremitani (1423) e Santa Maria della Pietà degli Scalzi (1614), e del convento dei domenicani (Accetta 2004; 2000).

Compromessa dal terremoto e dai provvedimenti delle autorità napoletane dopo il terremoto del 1783 risulta la situazione delle biblioteche conventuali che, ricche di codici e diplomi, furono spogliate dei pezzi pregiati da inviare a Napoli e poi lasciate nel più completo abbandono.

Nel 1789 nei locali del convento domenicano di Monteleone furono radunate 332 casse di libri per realizzare una pubblica biblioteca, ma non si giunse a nulla di concreto (Accetta 2008).

Nel 1790 per sovrana risoluzione fu decisa la riedificazione del convento di Soriano totalmente distrutto dal terremoto. La perizia dell’ingegnere Bernardo Morena, superiormente approvata, prevedeva una spesa di ducati 1627 circa. L’appalto venne aggiudicato a f. Vincenzo Fraggianni, procuratore dei domenicani di Soriano.

Per il convento domenicano di Francavilla Angitola l’ingegnere Ermenegildo Sintes aveva redatto il progetto per adattarlo a chiesa parrocchiale, ma, per controversie interne alla popolazione, non venne realizzato. L’elaborato prevedeva una chiesa a croce latina con cupola centrale e due stanze a lato del presbiterio “per uso di sagrestia”. Successivamente fu acquistato da privati.

La soppressione murattiana

I provvedimenti restrittivi contro gli Ordini religiosi emanati nel 1809 da Gioacchino Murat, furono per i domenicani di Calabria anticipati, come è stato già accennato, dall’abolizione, due anni prima, del convento di Soriano. 

I risvolti socio-religiosi e assistenziali connessi alla soppressione dei conventi erano comunque noti alle autorità di governo che, in data 24 luglio 1813, sollecitarono gli Intendenti a trasmettere tutte le informazioni utili a conoscere le chiese conventuali “necessarie a conservarsi aperte”. La relazione: Stato delle chiese de’ Monasteri soppressi necessarie a conservarsi aperte in questa Provincia di Calabria Ultra, inviata dall’Intendente di Monteleone il 18 novembre 1813, comprende alcune chiese ex conventuali di Monteleone, Francavilla, Vallelonga, Pizzo, Tropea, Soriano e Ionadi, trasformate in parrocchiali o rette da confraternite (Accetta 2008a).

Dopo il concordato del 1818 furono ripristinati il convento domenicano di Soriano, quello dei minimi di Pizzo e degli agostiniani di Francavilla Angitola; in quest’ultimo caso i frati furono trasferiti a Monteleone per le precarie condizioni statico-funzionali dell’antica struttura religiosa. Dopo l’Unità d’Italia queste strutture conventuali furono nuovamente aboliti. Attualmente nell’ambito della provincia di Vibo Valentia sono presenti cinque insediamenti religiosi, cioè a  Pizzo (minini di S. Francesco di Paola), Vibo (cappuccini), Soriano (domenicani), Tropea (francescani), Serra San Bruno (certosini).