Anche il territorio nicoterese, nei secoli XI° e XII°, è stato il crocevia di uno dei fenomeni politico-istituzionali e religiosi più importanti della storia europea, espressi dal sorgere e svilupparsi del regno normanno, vista la tolleranza che caratterizzò i rapporti tra le varie componenti di tale stato sotto il regno di Ruggero I°, da cui poi germinò la multietnicità matura e civile di Federico II° che favorì, anche nel territorio del vibonese, la presenza ebraica e l’impulso dato a molte arti e mestieri che ne caratterizzarono lo sviluppo e la sua tipicità. 

Gli ebrei infatti, furono sicuramente attratti da questa terra, poiché avendo essi un fiuto non comune per gli affari ed essendo continuamente in cerca di luoghi dove poter esercitare indisturbati le proprie attività di mercanti e commercianti, si accorsero ben presto che la Calabria, al pari delle altre regioni meridionali, soddisfaceva in pieno queste esigenze, giacché Federico II di Svevia, non possedeva gli scrupoli religiosi dei passati dominatori bizantini, dote che lo rendeva equanime e tollerante nei confronti delle minoranza religiose.

Il sovrano svevo inoltre, si mostrava disposto ad accogliere con favore gli ebrei nel suo regno, convinto che la loro intraprendenza economica avrebbe giovato non poco alle casse reali. 

E poi, non si deve dimenticare che la nostra regione, per via della sua stessa collocazione geografica, aveva una propensione naturale per il commercio e le sue città portuali, tra cui Nicotera, potevano ospitare mercanti proveniente da ogni dove, grazie agli ampi fondachi per il deposito delle merci, rappresentando inoltre degli importanti punti di sbocco per l’artigianato locale. Gli ebrei che si stabilirono nelle nostre zone quindi, trovarono quindi delle condizioni favorevoli alla loro permanenza e seppero ricambiare l’ospitalità accordata dal sovrano svevo, infondendo nuova linfa nell’industria e nell’artigianato stesso. 

Certo la convivenza con la gente del luogo non dovette essere stata sempre pacifica poiché la produttività e il benessere dei nuovi arrivati suscitavano l’invidia dei locali, ma ciò non deve farci pensare che i due gruppi etnici non abbiano conosciuto momenti di intenso scambio non solo commerciale ma anche culturale e umano, poiché le stesse giudecche non erano cittadelle fortificate nè tanto meno dei ghetti, in quanto i loro abitanti potevano circolare liberamente nel territorio circostante. E spesso accaddeva che le “università” (le città) sostenessero le spese straordinarie per la comunità ebraica e viceversa o che gli ebrei pagassero la tassa sulla macellazione degli animali che doveva seguire le norme del “kasherut”. Dovevano pagare la “morkofa”, una tassa speciale per la libertà di culto. 

La documentazione nota agli storici, attesta che gli ebrei di Nicotera, fin dal 1270, figuravano nei “Registri delle Collette fiscali della Calabria nei quali si legge che: “Carlo I d’Angiò ordinò al Giustiziere di Calabria di fare risarcire dai cristiani e dagli ebrei di questa località e di Seminara il milite Pietro di Monteleone, già giudeo con il nome di Giacomo Francigena, del danno di 162 once d’oro, subìto quando le due città avevano parteggiato per Corradino di Svevia e i seguaci di quest’ultimo avevano devastato a Monteleone i beni dei seguaci della casa d’Angiò”. 

Nel 1276 i giudei contribuirono alla tassazione generale con 23 tarì e 8 grani ed i cristiani con 148 once, 29 tarì e 8 grani. I primi partecipano nello stesso anno anche alla tassa per la distribuzione della nuova moneta coniata dalla zecca di Brindisi e nel 1277 il loro contributo alla tassazione generale scese a 20 tarì, mentre quello dei cristiani rimase invariato. Nel 1278 la loro partecipazione per metà all’annuale sovvenzione fu, invece, di 27 tarì e 19 grani.

L’avvento degli Angioini arrestò quel progresso inaugurato sotto gli Svevi e Nicotera si trovò ad assistere al nuovo assetto. I baroni ebbero mano libera ed il borgo fu affidato a Pietro II dei Ruffo. Sono gli anni in cui la guerra del Vespro ebbe ripercussioni anche a Nicotera.

Le cronache del tempo, come riporta Oreste Dito, nella” Storia calabrese e la dimora degli ebrei in Calabria dal secolo V alla seconda metà del secolo XVI” ci dicono poi che “(….) risiedeva a Nicotera un ebreo nativo di Catania a nome Giacomo Francigena il quale, fattosi cristiano prese il nome di Pietro da Monteleone (…) costui con armi e cavalli favoriva Carlo D’Angiò, da cui venne decorato del cingolo militare. Al contrario Rinaldo da Cirò, trovandosi a Nicotera coi suoi seguaci, fece ribellare a favore di Corradino Nicotera e Seminara, ed i beni di Pietro posti in questo territorio furono occupati dai ribelli”. 

Cominciarono da qui i veri problemi per gli abitanti della Giudecca di Nicotera, i quali avevano continuato a svolgere le loro attività, facendo anche delle donazioni alla Corona. Secondo le leggi il “giudeo” era infatti escluso dal diritto di proprietà di terre e non poteva svolgere carriera militare. Poteva solo prestare denaro al Re ed agli imprenditori, poiché per legge un cristiano non poteva farlo. Vessati dalla legge, proprio nel 1280, gli ebrei di Nicotera ricorsero presso Carlo I d’Angiò contro il Giustiziere della provincia perché questi aveva loro imposto di eleggersi un correligionario quale giudice, mentre essi si erano sempre rivolti ai giudici cristiani per avere giustizia e proprio perché erano ben visti dal Re per i dazi che versavano nelle casse dello Stato, il loro ricorso venne accolto. Fu così ordinato all’ufficiale di non inquietare gli ebrei e di lasciare che gli ebrei seguissero la loro consuetudine.

Degli israeliti locali nel periodo angioino è poi noto un certo Abramunt de Abramunt, che nel 1377 esportò vino rosso, insieme ad Antonio di Luciano, a Capri ed a Cagliari. Sono questi gli anni in cui il comparto del vino si fa largo nel Nicoterese. 

La dominazione angioina lascia il posto a quella Aragonese e gli ebrei nicoteresi vennero ulteriormente vessati. Nel 1453 la comunità invocò il regio intervento per non essere obbligata al pagamento delle collette che erano state di recente imposte ai cristiani. Ed anche questa volta furono ascoltati. Agli inizi del Viceregno spagnolo, la città fu tassata per 300 fuochi, quattro dei quali erano di ebrei, i cui contributi fiscali dovevano essere esatti separatamente dai cristiani e per il donativo di 450 ducati imposto nel 1507 dal Viceré ai “giudei” di Calabria, la “Iudeca” di Nicotera fu tassata per un ducato, che pagò l’11 agosto 1508 per mano di Michele Isac. Da quel momento le maestranze ebree regredirono anno dopo anno. Il regno di Ferdinando il Cattolico – sovrano già famoso per aver cacciato gli Ebrei dalla Spagna, dalla Sardegna e dalla Sicilia – passò poi alla storia anche per il decreto di espulsione emanato nei confronti degli ebrei e dei marrani del Regno di Napoli.

Probabilmente anche a Nicotera vi fu qualche famiglia “marranizzata”. Oggi nei cognomi nicoteresi possiamo trovare solo alcune tracce: sarebbero di sicura origine ebraica quei cognomi che portano il nome di una città (es. Reggio, Roma, ecc) . In merito ai “cristiani novelli” – gli ebrei freschi di conversione, anch’essi soggetti all’espulsione – fu loro consentito di restare solo nel caso in cui avessero contratto matrimonio con donne di provata fede cristiana. 

Ad alterne vicende, fu richiesto ai sovrani, da parte di alcune università, di far rientrare gli ebrei ma, nel 1540, Carlo V ligio osservante delle disposizioni emanata dalla Chiesa cattolica della Controriforma, pose fine alle altalenanti vicende di esilio e riammissione, con un decreto di espulsione definitivo, attraverso cui gli ultimi ebrei di Calabria lasciarono il regno nel 1541. 

Ed in quella data partirono anche i “giudei” nicoteresi. I superstiti finirono col fondersi con il resto della popolazione e, a ricordo della loro presenza, rimangono alcuni cognomi e le tracce nella toponomastica del luogo.