Fallita la lunga trattativa, dal 1559 al 1566, di aprire un collegio a Mileto (Scalamandrè 1989), i gesuiti, agli inizi del XVII secolo, s’insediarono a Tropea e Monteleone

Il collegio di Tropea fu fondato nel 1600, grazie alle disposizioni testamentarie di Marcello e Claudio Tavuli, patrizi tropeani. Esecutore testamentario fu nominato il vescovo della città mons. Tommaso Calvo (1593-1613) che, tramite il rettore del collegio di Catanzaro Orazio Sabbatini, ottenne dal preposito generale che due padri venissero a Tropea. Giunti in città “accolti furono con ogni sorta di onorevole trattamento dal vescovo [… e] dai cittadini: uno di essi, di cui taciuto troviamo il nome, diè loro amorevole albergo, finchè la casa del fondatore fu in concio di abitarsi […]  poi […] vi fu aperta, con molta soddisfazione di tutti, una picciola chiesa dedicata a Santa Domenica patrona della città […]. Indi datasi opera ad esercitare con diligenza i ministeri dell’ordine […].”(Schinosi – Santagata 1706/11)

Per il collegio di Monteleone invece i primi formali contatti tra la città e la Compagnia furono stabiliti nel 1612 (Accetta 1990). Successivamente, nel 1614, il duca Ettore Pignatelli ottenne che due padri “di permanenza restassero alla cultura de’ vassalli, obbligandosi a provvederli di vitto e vestiario” (Schinosi – Santagata 1706/11). 

Le favorevoli condizioni economiche, sociali, climatiche della città, l’entusiasmo dei cittadini, i vantaggi spirituali e materiali che la Compagnia avrebbe avuto dalla fondazione del collegio, sono descritti dal p. Giovanni Andrea Prieglia al preposito generale in una missiva del 14 luglio 1615:“[…] quello che si può dire di Monteleone è che è luogo popolatissimo et secondo il parere comune più di Cosenza et Catanzaro. La gente si come è docile così anco dissoluta, et questo per le diversità delle nationi, che si concentrano per essere la città commoda alle mercanzie; et si vede quanto siano occupati i ministri della nostra Compagnia. E’ di più circondato da Casali, et Terre grosse così possiamo esercitarci nelle missioni, et onde possono venire scolari, et studenti per le scuole. L’affetione che ne mostrano tanto i nobili, toltene alcuni pochi, quanto la gente bassa, per essere in questi principij, mi pare che ne desiderano grandemente un Collegio de’ nostri. Il luogo è di buona aria et abondante. L’entrata che ci possiamo permettere in questi principij consiste in 350 ducati, i quali dicono che li voglia dare il signor Duca, et in settemila di capitale raccolti per tassa fatta a questo fine dal signor Carlo di Langio (di Francia?) preside di questa provincia. Per ultimo, visto che mi dà licenza di dire questo, che quando per non moltiplicare Collegij, si vorrà lasciare di pigliare questo, credo che sia più gloria a Dio levare alcun altro e stabilire questo in Monteleone” (Accetta 1990/96).

Per favorire la fondazione del collegio Vespasiano Jazzolino, appartenente alla piccola nobiltà di Monteleone, dispose nel suo testamento, rogato a Napoli il 26 novembre 1618, che il suo patrimonio (valutato in 33.760 ducati) fosse assegnato all’erigendo collegio, costituendo esecutori testamentari il preposito della Casa Professa e il rettore del collegio napoletano (Accetta 1990/96).

Ambedue i collegi di Tropea e di Monteleone furono progettati da Carlo Quercia nel 1663. Le planimetrie del Quercia non si discostano da quelli che erano i canoni dei collegi gesuiti. Così in entrambi sono segnati gli ambienti per le scuole, per le congregazioni, per l’oratorio degli artigiani, le stanze dei religiosi, disposti attorno ad un cortile centrale. Le differenze tra i due progetti sono per Tropea la pianta a croce greca della chiesa e la loggia verso il mare, e per quello di Monteleone l’individuazione della nuova chiesa a destra dell’edificio comprendente l’area di una antica chiesa preesistente.

Tuttavia, mentre per il collegio di Tropea i lavori furono portati avanti senza alcun impedimento (E. Zinzi 1992), per quello di Monteleone non fu così. Dopo l’approvazione e l’inizio dei lavori, le difficoltà finanziarie, l’ampiezza e il numero degli ambienti previsti nel progetto, determinarono perplessità a Roma (Bosël 1985, p. 513, doc. n. 6); queste unite all’irregolarità altimetrica dell’area, comportarono la revisione e il ribaltamento del progetto originale del Quercia con lo spostamento della chiesa a sinistra del collegio. Probabilmente il Quercia non seguì la direzione dei lavori, anche per la sua età avanzata; infatti, nel Catalogus Triennales del 1681 il Quercia è definito “aetate et infermitate inaptus”. Nell’incarico  venne sostituto dall’architetto Tommaso Vanneschi, che “in quel tempo aveva il compito dell’assistenza alla provincia [napoletana]” (Bosël 1985).

L’attività dei gesuiti, oltre all’istruzione pubblica con l’istituzione delle scuole di grammatica e di teologia morale, s’indirizzava, attraverso la congregazione di nobili e l’oratorio di artigiani, verso l’assistenza ai poveri, ai carcerati, in generale agli strati più marginali della società urbana: “Si è fondata una Congregazione de’ Nobili et un Oratorio d’Artigiani, i quali vengono di più il venerdì la sera al tardi, perché possono essere sbrigati [liberi da impegni], a farsi la disciplina con concorso e fervore. Si fa qualche predica in particolare ogni venerdì nelle piazze; andiamo cercando la limosina per li carcerati e le persone vergognose; si avvogliano da noi per le confessioni in particolare chi stà per morire” (Accetta 1990/96).

Tuttavia, l’impegno educativo e pastorale dei gesuiti non aveva una connotazione esclusivamente cittadina. Attraverso le missioni si rivolgeva alla realtà extra urbana dove si “facea una dotta istruzione ogni giorno insegnando il modo di confessarsi. Poi seguiva la predica in cui si ripresero i vitij e gli abusi”.

Nel Settecento, il clima intellettuale e politico creato dai filosofi che portavano avanti un programma di rafforzamento dello Stato nei confronti della nobiltà e del clero, pose in primo piano il problema di sottrarre alla Chiesa l’istruzione. L’educazione pubblica appariva come una funzione primaria ed esclusiva dello stato. La Compagnia di Gesù, con la sua organizzazione e la sua compenetrazione nel mondo politico e culturale, rappresentava la roccaforte della resistenza ecclesiastica al programma riformatore, per cui tutti gli attacchi furono condotti contro di essa. Nel regno di Napoli l’anticlericalismo riformatore si concretizzò nel 1767, quando il re Carlo di Borbone espulse i gesuiti dal regno napoletano.