scritto da: Mariangela Preta

La chiesa della Michelizia, si trova nel rione Carmine della città di Tropea, fuori dal circuito murario della città antica così come si evince dall’incisione su rame del Pacichelli del 1703 (Balbo et al. 1993), dove la chiesa si trova posizionata tra le due fiumare Lumia e Grazia in un’area sostanzialmente dedicata ad orti dove le uniche strutture che vi sono intorno sono riferibili ad edifici ecclesiastici come la chiesa del Carmine e il convento di San Francesco di Paola (fig. 1). Nel Medioevo la città, era divisa in quartieri, il cui assetto urbanistico, era costituito da una strada principale, che correndo lungo il centro, tagliava in due l’area quasi circolare dell’abitato e collegava la porta Vaticana (verso Capo Vaticano), alla porta opposta, situata dietro il Vescovato, detta di Mare, che permetteva, attraverso una scalinata, l’accesso all’area della Marina del Vescovado. La città, era inoltre divisa (quasi a “fette”) in quartieri, basati sulle parrocchie; la zona che dal castello andava fino alla porta Vaticana (la meno popolosa), formava il quartiere S. Caterina; la zona limitrofa (la più vasta e popolosa), si sviluppava dai palazzi affacciati sul mare a quelli interni della via principale, chiamata S. Giacomo (chiesa demolita); la zona, che si affacciava di fronte allo scoglio S. Leonardo e quella vicina sino alla porta di Mare, erano dette rispettivamente S. Nicola e S. Demetrio (Balbo et al. 1993).

Fig.1 – Vista della città di Tropea Pacichelli 1703 F. 98, in evidenza la chiesa della Michelizia.

Lo studio nasce dagli interventi di restauro eseguiti a cura della Soprintendenza, per la risoluzione di problematiche conservative nonché alla restituzione della dignità figurativa del bene. In particolare, così come previsto in progetto, sono stati avviati nel mese di aprile 2016 lavori di rimozione della pavimentazione della navata per la realizzazione di un sistema di deumidificazione e ventilazione della parte basamentale dei muri al fine di inibire la risalita dell’acqua per capillarità. La chiesa di cui la prima fondazione si può far risalire già al XIII secolo, oggi sconsacrata, era dedicata a Santa Maria della Neve; la voce popolare però l’aveva fatta conoscere con il nome di “Chiesa di S. Maria Michelizia” o più semplicemente “Chiesa di Michelizia”. L’edificio, orientato est-ovest, presenta oggi una pianta a cella rettangolare che si appoggia al preesistente presbiterio quadrato sormontato dalla cupola, e si innesta su di esso attraverso i pennacchi angolari, e sul cui tamburo si aprono finestre incorniciate da conci di pietra locale. Presenta all’esterno un portale ed un finestrone sormontati da timpano spezzato. La storia di questa chiesa vive in parte nei racconti popolari ed in parte nelle descrizioni date dall’Abate Francesco Sergio nel 1720 (Sergio 1720). Nella cronaca del Sergio si narra la leggenda che, verso la fine del ’500, un ricco mercante che navigava all’altezza di Tropea, di nome Michele Milizia (da cui Michelizia), aveva fatto voto di costruire una chiesa in memoria della Madonna della Neve qualora fosse riuscito a superare le avversità in cui si era venuto a trovare in quel viaggio. La chiesa sorse in due tempi: fu per prima edificata la parte posteriore con la caratteristica cupola, probabilmente nel ’500, ma agli inizi del ’600 la chiesetta, senza porte e con una diradata copertura, era caduta in uno stato di totale abbandono da diventare rifugio degli asini dei vicini ortolani.
Successivamente nel 1640, in seguito ad una serie di miracoli che la Madonna della Neve avrebbe compiuto in quegli anni, il vescovo spagnolo del tempo, Giovanni Lozano, decise di ampliare la chiesa per poter accogliere il gran numero di pellegrini che vi accorrevano, e fu cosi realizzata la cella rettangolare. La chiesetta disponeva di tre altari, come ci tramanda lo storico Francesco Sergio. In quello centrale c’era l’immagine di Santa Maria Maggiore, poi chiamata S. Maria della Lettera (Sergio 1720).

Lo scavo archeologico

Nella primavera del 2016, i lavori di ristrutturazione dell’edificio hanno reso necessario l’asportazione della pavimentazione esistente, del massetto di cemento ed il sottostante vespaio, costruiti intorno al 1950, dalla rimozione è emersa la cresta di un solido muro con andamento nord-sud, sul quale poggiava il gradino del più recente transetto che divide lo scavo in due zone, ed alcune creste murarie nella parte dell’aula. Lo scavo si è esteso su quasi tutto lo spazio del presbiterio e parte dell’aula della chiesa della Michelizia, per una estensione di circa 20×10 m, con punti di approfondimento stratigrafico che hanno permesso di raggiungere quasi 2 m di profondità rispetto al piano iniziale di lavoro dove è emerso l’antico piano di calpestio costituito da un battuto di calce (figg. 2-3). L’indagine ha permesso di individuare l’antico impianto che presenta un orientamento perfettamente coincidente con l’attuale ma con dimensioni più ridotte così come citato nelle fonti (12,5×6,5 m). Nel tempo la chiesa ha subito una serie di interventi e riorganizzazioni interne, sia nell’area presbiteriale che nell’aula, che sono testimoniate dalla creazione di camere sepolcrali voltate a botte in pietra che obliterano e causano l’asportazione delle strutture preesistenti (fig. 4). Le strutture perimetrali del primo impianto hanno permesso di documentare la tecnica muraria. I prospetti murari erano intonacati, come testimoniano i lembi di intonaco ancora in posto, così che la muratura sottostante risultava composta da conci di medie grandi dimensioni appena sbozzati e, probabilmente, anche da materiali di reimpiego legati con malta su filari pressoché leggibili.
Molto interessante risultano poi le testimonianze di alcuni lacerti di affresco che si conservano sul muro perimetrale sud del primo impianto e sulla parte centrale del muro perimetrale nord. Nella parte ovest dello scavo le strutture murarie riferibili alla chiesa cinquecentesca erano obliterate da stari di terra e pietrame che non hanno restituito alcun materiale archeologico e risultano tagliate dall’impianto da due ossari, uno realizzato nel XVIII secolo ed uno nel XIX secolo. Il primo con copertura voltata presenta un imbocco quadrato ed è identico per dimensioni e tecnica di realizzazione all’ossario rinvenuto nel presbiterio; il secondo invece presenta una camera sepolcrale squadrata rivestita da copertura a botte a cui si accedeva dalla parte ovest per mezzo di alcuni gradini. Tutti gli ossari rinvenuti risultano completamente riempiti da materiale di risulta proveniente da alcuni lavori di ristrutturazione effettuati negli anni ’50 del Novecento e non è stato, dunque, possibile svuotarli completamente.
Interessante risulta però il rinvenimento all’interno di una di queste strutture di alcune piastrelle in cotto decorate al centro da una croce di colore nero, riferibili con ogni probabilità alle pavimentazioni ottocentesche. Procedendo verso est la struttura risulta tagliata da un muro con andamento nord-sud sul quale poggiano i gradini del transetto attuale, tale gradinata rappresenta anche il punto di raccordo tra l’aula e la struttura a cupola. Nella parte est dello scavo è stato possibile individuare la continuazione del muro perimetrale sud dell’antico edificio di cui di cui si è messo in evidenza in evidenza solo la sua cresta per una lunghezza totale di 12,5 m, anche da questa parte della struttura muraria si evince la presenza di tracce di affrescatura. Nella parte sud di questa area di scavo, invece, si perde la traccia del muro perimetrale, ma è stato possibile asportare il riempimento fino alla quota del piano di calpestio (-3m da piano di pavimentazione attuale) costituito da battuto di calce dove ben si legge l’impronta del basamento di un altare laterale. Dalla rimozione delle stratigrafie di riempimento costituite da strati terrosi si sono recuperati due frammenti di lastre di marmo bianco che presentavano due profonde scanalature ed un frammento di ceramica invetriata policroma decorata con spirale bruna sul fondo.

L’ambiente affrescato

Nell’area sud dell’aula della Chiesa della Michelizia, lo scavo archeologico ha permesso di mettere in evidenza un piccolo ambiente che misura 3,40 m per 4,20 m di cui rimangono integre le pareti nord, sud e parte della parete ovest, la quale viene tagliata dalla costruzione di un ossario e dal pavimento in battuto di calce. Lungo la parte con andamento est-ovest nella parte sud dello scavo sono stati riportati alla luce, sotto uno strato di intonaco bianco, i resti lacunosi di un affresco, di cui rimangono le tracce di tre distinti pannelli. Questa parete si conserva per una lunghezza massima di 2,40 m ed un’altezza massima di 1,10 m. Analizzando la parte sud partendo da est verso ovest (fig. 5) si distingue la parte inferiore di una figura maschile con un abito dai colori verde e rosso che indossa delle scarpe appuntite di colore rosso, se ne intravede, purtroppo, solo la parte inferiore, e si comprende chiaramente che la figura è inclusa in un pannello delimitato sul lato destro da fasce continue di colore verde chiaro con motivi vegetali in bianco. Procedendo verso ovest si incontra un’altra figura, di cui rimane visibile solo il drappeggio rosso dell’abito e l’immanicatura gialla di un pugnale. Anche questa figura risulta racchiusa entro un pannello delimitato da fasce di colore vere chiaro con motivi vegetali bianchi ed uno sfondo blu con dei motivi calligrafici dorati. Dell’ultima figura rimangono evidenti i resti di una stola bianca e di un cartiglio con iscrizione in greco recante la dicitura “dolcezza e tenerezza”. Questa iscrizione potrebbe far riferimento alla madonna della Tenerezza, costituita da una tempera su tavola del XIII secolo, proveniente dalla Chiesa della Michelizia ed oggi custodita presso il Museo diocesano di Tropea. Anche se non è possibile stabilire con certezza gli elementi delle raffigurazioni, possiamo comunque desumere dall’analisi stilistica che si tratta di opere risalenti al XIII secolo che, dunque, retrodatano la costruzione dell’edificio rispetto a quanto fino ad oggi sostenuto attraverso l’unica fonte scritta nelle cronache dell’abate Sergio (Sergio 1720) che, tramanda una leggenda popolare, che fa risalire la costruzione dell’edificio al XVI secolo.

Michelizia: rilievo dello scavo (rilievo: Debora Triglia).
Michelizia: sezione e prospetto (rilievo: Debora Triglia).

Fig.4 – Michelizia: area di scavo.

Fig.5 – Michelizia: Affreschi.

Bibliografia

  • Balbo P.P. et al. 1993, Per un Atlante della Calabria. Territorio, Insediamenti Storici, Manufatti Architettonici, Roma.
  • Di Gangi G., Lebole M. 1998, Dal tardoantico al bassomedioevo: inquadramento storico, dati di scavo e materiali dal sito urbano pluristratificato di Tropea (VV), in S. Patitucci Uggeri (a cura di) Scavi medievali in Italia 1994-1995. Atti della Prima Conferenza Italiana di Archeologia Medievale (Cassino, 14-16 dicembre 1995), Roma-Friburgo-Vienna, pp. 93-122.
  • Lonetti G. 2004, Tropea il rilievo della città, Reggio Calabria.
  • Pugliese F. 1984, Tropea. Il suo ambiente la sua storia, Rimini.
  • Riccardi S. 2011, Le pitture murali della chiesa di S. Donato al Pantano di San Donato di Ninea (CS), «Calabria Letteraria», LIX,nn. 4-5-6.
  • Russo P. 2018, La Citta di Tropea, Tropea.
  • Sergio F. 1720, Cronologia collectanea de civitate tropea eiusque territorio, in P. Russo (a cura di), stampa anastatica dell’originale manoscritto del 1720, Napoli 1988.